A 40 giorni dal voto Parlamento ancora bloccato. L’accordo tra Salvini e Di Maio non sblocca le Camere

di Giorgio Velardi
Politica

La telefonata durante la quale ieri Luigi Di Maio e Matteo Salvini hanno concordato di eleggere il deputato del Carroccio Nicola Molteni (e non Giancarlo Giorgetti) alla guida della commissione speciale della Camera segna un ulteriore passo in avanti nell’ottica di un possibile accordo di Governo tra M5s e Lega. Il tutto, recita la nota congiunta diramata dopo il colloquio tra i leader, è avvenuto “con spirito di collaborazione, per rendere operativo il Parlamento al più presto”. Tutto molto interessante, ma in teoria – e anche in pratica – per mettere veramente in moto la macchina serve formare un Esecutivo. Non sapere ancora, a 40 giorni dal voto, chi sia maggioranza e chi opposizione sta infatti producendo un effetto a cascata sia alla Camera sia al Senato. Uno stallo nello stallo.

Per prassi, infatti, certi incarichi vengono assegnati proprio all’opposizione. Così fino ad oggi, per esempio, è stato impossibile costituire le 14 commissioni permanenti, visto che bisogna eleggere l’ufficio di presidenza e c’è bisogno di una chiara maggioranza parlamentare (una delle due vice presidenze viene solitamente assegnata a un membro dell’opposizione). In questo modo, difficilmente le circa 700 proposte di legge già depositate potranno essere discusse, a cominciare da quelle per cambiare la legge elettorale (3). Così come sarà complicatissimo approvare decreti attuativi e legislativi del Governo per i quali spesso è necessario l’ok del Parlamento. Non solo. In questo discorso, come dimenticare due ambitissime poltrone, quelle di Copasir e Vigilanza Rai? Nel primo caso, prassi vuole che la guida del Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica – che si occupa di controllare l’operato dei nostri servizi – vada a un membro dell’opposizione, ultimo in ordine di tempo il leghista Giacomo Stucchi.

Stesso discorso per la Vigilanza Rai, che infatti nella scorsa legislatura è stata presieduta da Roberto Fico (M5s), e sulla quale il Pd (nell’ottica di posizionarsi all’opposizione) ha già messo gli occhi. Oltre a quello di Maria Elena Boschi, in ambienti parlamentari circola con insistenza il nome del vicepresidente uscente, Francesco Verducci. Vedremo. A questo punto, qualcuno si chiederà: ma allora le commissioni speciali (al Senato c’è quella capeggiata dal pentastellato Vito Crimi) che senso hanno? Oltre a esaminare tutti gli atti del Governo fino a quando non saranno istituite le commissioni, a cominciare dal Def, queste possono discutere provvedimenti anche in sede deliberante. Ma con delle precise limitazioni. Niente ddl costituzionali o in materia elettorale, per dire, né conversione di decreti legge, ratifica di trattati internazionali o approvazione del bilancio. Un’anatra zoppa, insomma. Chissà per quanto.