Altro che festa del 1° maggio. Ancora una beffa sul lavoro: persi i dati di Garanzia Giovani

di Giorgio Velardi
Cronaca

Sarà l’ennesimo compleanno amaro per Garanzia Giovani. Sul piano europeo per la lotta alla disoccupazione giovanile, partito il primo maggio di quattro anni fa e rivolto a quegli Stati con un tasso di Neet superiore al 25%, infatti, in Italia è calato un vero e proprio silenzio di tomba. Come se non bastassero le polemiche degli iscritti (sui social molti di loro lamentano le lunghe attese per il pagamento dei compensi), adesso c’è pure la più classica ciliegina sulla torta. Sia sul sito Internet della Youth Guarantee sia su quello dell’Anpal, l’Agenzia nazionale politiche attive del lavoro introdotta dal Jobs Act, i dati non vengono più aggiornati da quasi un anno. Gli ultimi disponibili per capire a che punto è la situazione risalgono ormai all’estate scorsa. Nel primo caso, su www.garanziagiovani.gov.it compare un report datato 21 luglio 2017, praticamente più di nove mesi fa. Su www.anpal.gov.it, invece, è consultabile soltanto un rapporto trimestrale con numeri aggiornati al 30 settembre 2017.

Venerdì La Notizia ha provato ha chiedere all’Agenzia, al cui vertice c’è il Dg Salvatore Pirrone, come mai da allora non siano stati forniti ulteriori chiarimenti, senza però ricevere risposta. Ma certo, per asserire come malgrado gli 1,5 miliardi di euro arrivati all’Italia da Bruxelles, ai quali si sono aggiunti altri 343 milioni dopo il rifinanziamento, Garanzia Giovani si sia rivelato un clamoroso flop basta leggere le cifre ‘storiche’. “Al 53,1% dei giovani presi in carico (pari a 513.984 rispetto ai quasi 1,4 milioni di iscritti, ndr) è stata proposta almeno una misura”, recita proprio il dossier di luglio scorso. Se siano aumentati da quel momento in poi – difficile, ma resta il beneficio del dubbio – non è possibile saperlo, visto che le uniche due fonti ufficiali dalle quali attingere hanno deciso di auto silenziarsi. Non è un caso insomma se ad aprile dell’anno scorso la Corte dei Conti europea abbia espresso più di una perplessità sulla gestione della Youth Guarantee e sul modus operandi italiano.

In particolare, con riferimento al Belpaese, Iliana Ivanova (membro della Corte) ha spiegato non solo come “l’occupazione è la destinazione più comune per le ‘uscite positive’ in tutti gli Stati membri visitati, eccetto l’Italia, dove i tirocini rappresentano il 54% di queste”, ma anche come nel nostro Paese “in tutti i casi in cui le persone incluse nel campione hanno aderito a un’offerta di tirocinio, si sono verificati ritardi significativi (di almeno due mesi) nei pagamenti”. L’Italia, proseguiva la relazione di 93 pagine, “ha riconosciuto che il ritardo nel pagamento costituiva un problema ricorrente nei tirocini in generale, non solo nell’ambito del campione. Per la riscossione del pagamento si è infatti registrato un ritardo medio di 64 giorni”. Dulcis in fundo, a dicembre è scoppiato il caso dell’annuncio sessista (“cercasi impiegata di bella presenza per tirocinio…”), poi rimosso dal sito di Garanzia Giovani – dov’era stato pubblicato senza alcun filtro – per ordine del ministro Giuliano Poletti. Che ha poco di cui stare sereno.

Twitter: @GiorgioVelardi

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