Boeri, dall’Inps alla politica. L’opposizione ha il suo leader. Il numero uno della previdenza alza il tiro. Difende la Fornero e boccia M5S e Lega

di Gaetano Pedullà
Politica

Il cuore batte da sempre a Sinistra, ma da come sta cercando la bella morte per difendere la Fornero ricalca invece l’epica dei giovani fascisti di fronte al tracollo della Repubblica di Salò. Tito Boeri, dal 2014 presidente dell’Inps per grazia di Matteo Renzi e concessione di Carlo De Benedetti, ieri ne ha sparata un’altra delle sue, gettando nel dibattito sulla Manovra del Governo la bomba di quanto costa – a suo dire – mandare in pensione chi ha raggiunto quota cento (sommando l’età e gli anni di lavoro). Dall’infallibile algoritmo dell’Istituto di previdenza viene fuori che cento è anche la quantità di miliardi necessari, agitando così un mantello rosso davanti al vicepremier Matteo Salvini. “Si dimetta e se vuol fare politica si candidi” è la reazione del segretario della Lega; un calcio a vuoto visto che Boeri pontifica, minaccia, terrorizza, ma della parola dimissioni non c’è traccia nel suo vocabolario. E dire che il mandato gli scade tra pochi mesi, e dunque non ci rimetterebbe neppure così tanto, a parte lo stipendio a cui vanno aggiunti quei 191 euro al giorno – Natale, Pasqua e Ferragosto compresi – che incassa per rimborsi di vitto e alloggio. Sin dall’insediamento del Governo gialloverde, il rigoroso custode dei conti Inps non perde occasione per far perdere la pazienza a Di Maio e soprattutto al leader del Carroccio, forse perché consapevole che dopo di lui sulla poltrona che lascerà libera potrebbe arrivare un manager indicato da Salvini.

Prima di dover fare gli scatoloni e lasciare lo scenografico ufficio di Piazza Colonna – a tu per tu con le finestre del Presidente del Consiglio, come si conviene a un presidente Inps di cotanto rango – Boeri però vuole sparare fino all’ultima cartuccia. E anziché interpretare il suo ruolo come servizio alle politiche del Governo, fino alla fine ci sta giocando contro. Uno stile che in realtà il nostro uomo mantiene da sempre, osteggiando chi sta oggi al comando esattamente come osteggiava chi c’era prima. Un metodo facile da farsi confermare dal povero ex ministro del Lavoro Giuliano Poletti, con il quale si arrivò vicino agli insulti. Dunque, la libera Repubblica dell’Inps, battente bandiera boeriana, cade ma non si arrende.

MICA SCEMO – D’altronde, da qui al trapasso (dalla poltrona) c’è ancora un po’ di tempo, e il professore universitario, tendenza cervelloni della Bocconi, non è affatto disarmato e senza strategia politica. Ben consapevole di essere nel mirino del Centrodestra, Boeri per un pezzo ha schiacciato l’occhiolino ai Cinque Stelle, facendo loro da sponda in due partire della vita: l’abolizione dei vitalizi ai parlamentari e il taglio delle pensioni d’oro. Per questo il Movimento l’ha “graziato” a luglio scorso, quando arrivò ad affermare che Di Maio “si era allontanato dalla crosta terrestre”, bocciando così le previsioni sull’occupazione contenute nel Decreto Dignità. “Boeri dovrebbe dimettersi, ma se non lo fa resterà regolarmente al suo posto fino al termine del mandato”, rispose il vicepremier, secondo qualche bene informato anche per non far sedere sulla poltrona dell’Istituto di previdenza quell’Alberto Brambilla che piace tanto a Salvini e i suoi. Così il prode Tito è diventato ancora più prode, ergendosi a una delle poche voci nel campo dell’opposizione al Governo, anche perchè l’opposizione politica è desaparesida, e quando si parla di pensioni tutti si mettono sull’attenti. Il motivo? L’Inps è un gigante con i piedi d’argilla dei conti troppo fragili, e in Italia c’è un solo tema che fa più paura di immigrati e criminali: l’incertezza della previdenza.

ZITTO SULLA RIFORMA VERA – Su questo tasto Boeri ha premuto tanto. Anzi, ha premuto sempre, disegnando scenari apocalitici e stringendo oltremisura i cordoni della borsa, anche grazie alla collaborazione di tanti furbetti riusciti a farsi assegnare con ogni mezzo un assegno di cui non hanno diritto. Così l’Istituto continua a spendere moltissimo, mentre il suo presidente è il primo a non dire più niente sulle riforme che servono davvero. Riforme come la separazione della previdenza dall’assistenza, che consentirebbe di mettere in sicurezza sul serio i conti. Tutto questo però non è popolare come andare a muso duro contro un Governo già con le sue difficoltà per la pressione dell’Europa e dei mercati. Un fronte dell’austerity di cui Boeri decanta da sempre le gesta, prima in faticosi articoli sui giornali dei poterei forti – Il Sole 24Ore, La Stampa e Repubblica – e poi, visto che lo spazio gli sembrava poco, su un suo sito: lavoce.info. Dove l’unica voce è quella della Fornero, e mai degli esodati.

Commenti

  1. honhil

    Lo schema è ben collaudato e la tenaglia è quella di sempre: con un braccio domestico e uno internazionale. Delle cui ganasce lo Stivale porta permanentemente gli antichi segni e i più recenti. Un’anomalia solo Italiana, nata dall’abbraccio tra la parte più consistente dell’ex Dc e dell’ex Pci, al fine di tirarsi fuori dall’ ipogeo moriano in cui i due partiti si erano inabissati, per dare corso indisturbati all’accordo politico conseguente al varo delle convergenze parallele, e potere così continuare a governare alla luce del sole. Attingendo tuttavia a quel retroterra immenso che via via si era formato e dove aveva preso residenza e si era sempre più agguerrita l’attuale elite modello Bilderberg/mainstream. Un ibrido sovrannazionale con propaggini che sembrano essere anche arrivate ai vertici di Banca d’Italia e dell’Inps, se è vero, come è vero, che da quelle potenti stanze sono partiti gli attacchi più feroci alla legge di bilancio di questo governo. Con il precipuo scopo di dare forza alle critiche, di per sé già aggressive, di Juncker e Moscovici. E dire che ci vuole davvero tanto coraggio, a condividere il monito abbaiato dal Commissario agli Affari Economici: “Vigileremo, in Italia governo xenofobo”! E poi ciliegina sulla torta, anche Mattarella ha voluto dire la sua, ‘sul potere che a volte inebria’. Col risultato che, su queste turbolenze create più o meno arte, lo spread surfeggia. … E poi arriva la mano tesa di Trump.

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