Centrodestra, ogni giorno una rissa sul programma. Dalla leadership alla Fornero: Berlusconi e Salvini si azzuffano su tutto

di Giorgio Velardi
Politica

L’accordo sul programma è stato raggiunto la settimana scorsa, ma nonostante la photo opportunity scattata in quel di Arcore le divisioni e le incognite restano sul tavolo. Non passa giorno infatti che Silvio Berlusconi e Matteo Salvini (con Giorgia Meloni sullo sfondo) perdano tempo a litigare a distanza. L’ultimo siparietto è andato in scena ieri, quando il leader della Lega è intervenuto a gamba tesa contro il presidente di Forza Italia, che lunedì a Bruxelles, dove ha incontrato i vertici del Ppe per riconquistare la riabilitazione europea, ha rassicurato tutti, in vista di un potenziale Governo di larghe intese del quale malgrado le smentite “Silvio” sogna di far parte: “Rispetteremo la regola del 3% nel rapporto debito/Pil”. Parole che sono suonate stonate alle orecchie di Salvini, che ha replicato duramente: “Il numerino 3, se danneggia le imprese e le famiglie italiane, per noi non esiste”, perciò “se ci sono regolamenti Ue che danneggiano le famiglie italiane quei regolamenti per il Governo Salvini non esistono: come la Bolkestein, la direttiva Banche”.

Ma questa, come detto, non è che la ciliegina sulla torta. A turbare i sonni di “Silvio” e “Matteo” c’è, prima fra tutte, la questione della leadership della coalizione.

Qui comando io – Se è vero che il candidato premier sarà espressione del partito che prenderà più voti alle urne, è altrettanto vero che in campagna elettorale nessuno dei due vuole mollare un centimetro pur di sorpassare l’altro. Pur conscio della propria incandidabilità e ineleggibilità, Berlusconi ha già “piazzato” il leader del Carroccio al Viminale (“lo vedrei bene come ministro dell’Interno”) ma l’interessato continua a ribadire a ogni occasione utile che il suo obiettivo è Palazzo Chigi. Tanto da aver messo la dicitura “Salvini premier” nel logo della Lega. Più chiaro di così.

Dentro o fuori – L’altra questione mica da ridere è quella legata all’Europa e – di conseguenza – alla moneta unica. Nel programma del Centrodestra la parola “euro” non compare mai. Un caso? Ovviamente no. Sulla questione infatti i due contraenti del patto viaggiano su lunghezze d’onda diverse. Solite sparate a parte, il Cav non ha alcuna intenzione di uscire dall’euro, al contrario di “Matteo”. Che ieri ha assestato l’uno-due. Prima ha detto che la moneta unica “era, è e resta un esperimento sbagliato che ha danneggiato l’economia italiana” e poi s’è presentato in conferenza stampa alla Camera per presentare la candidatura dei No-Euro Claudio Borghi (che si presenterà a Siena dove sfiderà il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan) e Alberto Bagnai. Come conciliare le posizioni una volta al Governo? Ah, saperlo…

Iniezione letale – In questo discorso non va certamente dimenticato il delicato tema dei vaccini. Sul decreto Lorenzin che ne introduce l’obbligatorietà per l’iscrizione a scuola il leader della Lega è stato chiaro: “Cancelleremo la norma: vaccini sì, obbligo no”. “Si tratta di una misura di civiltà, voluta dalla comunità scientifica e nel primario interesse dei minori”, l’aveva definita Berlusconi ai tempi dell’approvazione in Senato. Così FI ha risposto picche: “Per noi è no”.

Cara Elsa ti scrivo – Sul fronte della cancellazione della famigerata legge Fornero, invece, l’ambiguità regna sovrana. Nel già citato programma si parla di “azzeramento” della norma che porta il nome dell’ex ministra del Lavoro del Governo di Mario Monti. Ma anche in questo caso, rispondendo a distanza al leader leghista, in più d’una occasione il Cav ha precisato: “Salvini insiste per l’azzeramento della legge Fornero, noi insistiamo sull’azzeramento degli effetti negativi”. Una bella differenza.

L’ultimo pasticcio – Più o meno simile è la situazione che riguarda il Jobs Act, la riforma del lavoro del Governo di Matteo Renzi. Nel documento sottoscritto dai tre leader qualche giorno fa non ve n’è traccia (la parola “lavoro” compare appena tre volte), e anche in questo caso sembra una dimenticanza non casuale. Salvini non ha fatto mistero di voler salvare una parte della riforma del leader del Partito democratico mentre Berlusconi ha prima dichiarato di volerla togliere salvo poi fare un clamoroso dietrofront: “Mai detto”. Insomma, l’ennesimo pasticcio.

Twitter: @GiorgioVelardi