Con Artemisia Gentileschi l’arte è femminista. La pittrice del seicento in mostra a Palazzo Braschi. Nelle sue opere la feroce eredità degli abusi subiti

di Franz Besteck
Cultura
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Violentata da un collega del padre, l’artista Agostino Tassi. Nel Seicento Artemisia Gentileschi, figlia di Orazio, celebrata da una spettacolare mostra allestita a Palazzo Braschi, nel cuore di Roma, ha eseguito capolavori ispirati, tra cui la Danae proveniente da Saint Louis. Un’occasione rara per ammirare riuniti capolavori di straordinario impatto come il drammatico e feroce “Giuditta che taglia la testa a Oloferne” che lega la sua storia al terribile episodio di stupro che la pittrice denunciò pubblicamente. E poi ancora “Autoritratto come suonatrice di liuto”, “Ester e Assuero”, oltre ai dipinti di importanti protagonisti del Seicento come Simon Vouet, Antiveduto Grammatica, Cristofono Allori e Giuseppe Ribera.

Il percorso di vita – Nel 1613 Artemisia, dopo la violenza e il processo subiti a Roma, giunse con il novello sposo Pierantonio di Vincenzo Stiattesi pittore fiorentino, alla corte di Firenze allora in vivace fermento sotto il gusto raffinato di Cosimo II de’ Medici. Durante i quasi otto anni di soggiorno presso la capitale del granducato toscano, Artemisia si distinse come una delle personalità di primo piano nel panorama cittadino dominato dalla presenza di Galileo e originale snodo artistico, segnato anche da influenze caravaggesche. La posizione di rilievo acquisita è testimoniata dalle prestigiose committenze e dall’ammissione, prima donna della storia, all’Accademia del Disegno, nel 1616. Per Artemisia Firenze significò soprattutto l’incontro e il dialogo con gli artisti attivi sul suolo toscano nella prima metà del Seicento, primo tra tutti Cristofano Allori, inventore della “poetica degli affetti”. Artemisia tornò a Roma nel febbraio del 1620 ma il rientro non fu propriamente trionfale. I crescenti problemi di debiti e il logorarsi del rapporto con la corte medicea l’avevano spinta a lasciare Firenze. L’amante Francesco Maria Maringhi le aveva fornito il denaro necessario per ritrasferirsi nella città natale, dove si trovò nuovamente coinvolta nel rapporto conflittuale con il padre e i fratelli. In questo soggiorno romano la sua vita e il rapporto con la Roma città d’arte furono del tutto diversi. Artemisia tornava da donna sposata e con in più un amante premuroso.
Nel 1621 eccola in via del Corso con il marito, la figlia Palmira e i servitori, permettendosi anche l’affitto di una seconda casa in via della Croce. Fra gli artisti attivi a Roma in quel periodo, il pittore che probabilmente esercitò una maggiore influenza su Artemisia fu Simon Vouet, il quale ammirava talmente le sue doti da volerla ritrarre in un celebre dipinto. “L’unica donna in Italia che abbia mai saputo che cosa sia pittura, e colore, e impasto, e simili essenzialità”: così, nel suo saggio del 1916, lo storico dell’arte Roberto Longhi definisce Artemisia, riconoscendole in tal modo, e senza mezzi termini, lo status di artista a pieno titolo, a tre secoli di distanza dall’epoca che l’aveva vista protagonista, e interprete attivissima nella vita, così come nell’arte del suo tempo. In mostra fino al 7 maggio del prossimo anno.