Con i risparmi del Tav si possono chiudere tutti i cantieri delle grandi opere incompiute d’Italia. Sono 647 e basterebbero 4 miliardi per completarle

di Carmine Gazzanni
Politica
grandi opere

Ci è voluto più del previsto, tra annunci, indiscrezioni e silenzi forse troppo prolungati. Ma alla fine l’analisi costi-benefici sul Tav è stata pubblicata. Ora non ci sono più alibi: l’opera costerà 12 miliardi per avere, al netto dei benefici, perdite che oscillano tra i 7 e gli 8 miliardi. Un salasso assolutamente inutile. E, mentre monta l’inevitabile polemica tra maggioranza e opposizione e all’interno della stessa maggioranza tra Lega e Cinque stelle, il pensiero vola subito su cosa si potrebbe fare con i soldi risparmiati nel caso in cui il Tav non dovesse essere realizzato.

A proposito di opere utili e inutili, pochi sanno, ad esempio, che in Italia ci sono ben 647 opere incompiute. Il dato, clamoroso, emerge dall’ultimo rapporto pubblicato dal ministero delle Infrastrutture e relativo al 2017. Il dicastero guidato da Danilo Toninelli, infatti, ogni anno raccoglie i dati provenienti da tutte le regioni italiane così da avere il quadro analitico non solo di quanti siano i cantieri aperti e non ultimati su tutto lo Stivale, ma anche di quanto ci costano e, soprattutto, quanto ci vorrebbe per ultimare i lavori iniziati. Ed è qui che il dato diventa realmente interessante: secondo i dati ministeriali, infatti, occorrerebbero circa 4 miliardi per completare tutti i lavori.

La domanda, allora, nasce spontanea: non si potrebbe utilizzare i soldi del Tav per opere che hanno probabilmente più senso e incidono in maniera più concreta sulla vita dei cittadini? Bisogna infatti tener presente che non parliamo delle cosiddette “grandi opere” ma, nella maggior parte dei casi, di piscine, scuole, asili, acquedotti, palazzetti dello sport, caserme, opere bloccate per le ragioni più disparate: ci sono progetti e lavori bloccati per questioni burocratiche, irregolarità negli appalti, mancanza di fondi, o perché nel frattempo la società aggiudicatrice dei lavori è fallita.

Come nel caso dell’asilo nido del Comune di Offanengo (Cremona): l’opera complessiva ha un costo di circa 1,5 milioni; i lavori sono stati interrotti e, a leggere il report, gli oneri per l’ultimazione sarebbero intorno a soli 15mila euro. Tutto, però, è fermo a causa del fallimento della società. In totale in Lombardia si contano 27 incompiute. Nulla in confronto alla Sicilia, che ne ha 162 (aumentate rispetto all’anno precedente). Una fra tutte, la famosa diga di Pietrarossa, nella piana di Catania, che i siciliani aspettano da oltre 30 anni: oltre 75 milioni spesi, ma l’opera non è fruibile.

C’è il caso dell’auditorium comunale ad Aragona: l’opera dovrebbe costare 1,9 milioni di euro, ma i lavori sono stati immediatamente interrotti (dal report risultano spesi solo pochi spiccioli). La ragione? Non sussistono “le condizioni di riavvio degli stessi”. Dopo la Sicilia, troviamo la Sardegna con 86 cantieri bloccati: opere per le quali si sono spesi anche oltre 18 milioni di euro, con i lavori rimasti a metà. Oppure terminati e mai aperti, come nel caso dell’orto botanico della Maddalena (costato 500mila euro). Spicca anche la Puglia che ha in arretrato un elenco di 54 voci.

Ma ci sono, ancora, i cantieri bloccati di competenza diretta del ministero: 37 in totale. A conti fatti, solo per le opere di interesse nazionale rimaste a metà, sono stati spesi in totale già quasi 2 miliardi. E per completare i lavori in corso servirebbero circa altri 1,7 miliardi. Nell’elenco ci sono diverse caserme. Come il centro polifunzionale “Pattison” per l’Arma dei Carabinieri di Napoli: appalto assegnato nel 2006, 17,5 milioni già investiti, lavori eseguiti 0%. E poi, anche questa volta, dighe, impianti sportivi, strade e ferrovie. Tra cui la pedemontana delle Marche, per la quale si sono già spesi oltre 30 milioni di euro: i lavori eseguiti sono solo l’1,27%. O anche la linea ferroviaria Ferrandina-Matera, in Basilicata: 255 milioni investiti, solo il 15,6% dei lavori eseguiti dal 1986 a oggi. Altro caso esemplare è quello della Città dello sport di Tor Vergata, progetto avviato nel 2005: dopo aver speso 200 milioni, occorrerebbero ancora 400 milioni di euro.