Cosa ne pensano gli esperti dell’Ingv dell’attività sismica e vulcanica in corso nell’area etnea. Due le faglie che si sono attivate in seguito all’eruzione della vigilia di Natale

dalla Redazione
Cronaca
terremoto Catania

Il terremoto di magnitudo 4.8 che mercoledì alle 3:19 ha colpito sei comuni dell’area etnea “è verosimilmente legato all’attivazione della faglia Fiandaca e della faglia di Pennisi, due delle strutture più meridionali del sistema tettonico delle Timpe”. Ne sono convinti gli esperti dell’Osservatorio Etneo dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv), secondo i quali il danneggiamento maggiore è infatti “distribuito lungo tali strutture vulcano-tettoniche, insieme ai vistosi effetti di fagliazione superficiale associati all’evento sismico”. La distribuzione del danneggiamento e l’estensione della fagliazione sono molto simili a quelle riportate dalle fonti storiche per il terremoto dell’8 agosto 1894 che ha rotto la faglia di Fiandaca per l’intera lunghezza.

Circa un paio di ore prima della scossa che ha colpito il Catanese, il terremoto era stato anticipato da un altro evento sismico di magnitudo 3.3 localizzato poco più a nord-est e alla stessa profondità, circa un chilometro. Altri eventi storici, dicono ancora dall’Ingv, documentati dal catalogo sismico, sono avvenuti nella stessa area nel 1875, 1907 e 1984, ma furono meno energetici e dovuti all’attivazione di parti della faglia di Fiandaca.

Il terremoto di mercoledì si è verificato il terzo giorno dall’inizio dell’eruzione vulcanica in atto all’Etna, che sta interessando le porzioni sommitali del vulcano e la valle del Bove. In particolare, una fessura eruttiva apertasi alla base del Nuovo Cratere di Sud-Est nella mattina del 24 dicembre ha prodotto una nube di cenere ricaduta prevalentemente nei dintorni di Zafferana Etnea ed una colata lavica che si riversa in Valle del Bove dopo aver attraversato la sua parete occidentale.

“Questo fenomeno vulcanico – spiegano gli esperti dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia – è stato preceduto di alcune ore ed è accompagnato fino a tutt’oggi da un’importante attività deformativa e sismica, che ha generato circa 1.100 terremoti di cui circa 60 superano magnitudo 2.5; inoltre, è stato registrato un significativo incremento dell’ampiezza media del tremore vulcanico durante la giornata del 24 dicembre e attualmente, seppur in diminuzione, i valori restano al di sopra della norma”.

Nel corso degli ultimi tre giorni la sismicità registrata nella zona dell’Etna ha coinvolto diversi settori del vulcano: in particolare, nelle prime ore del 24 dicembre si è manifestata in area sommitale in coincidenza del teatro eruttivo, dalla superficie fino a 2 km di profondità sotto il livello del mare. Successivamente, si è posizionata lungo la parete occidentale e meridionale della Valle del Bove, fino a profondità di 4-5 km sotto il livello del mare.

Dall’Ingv segnalano, inoltre, che il terremoto del giorno di Santa Stefano “non risulta generato da movimenti di masse magmatiche presenti in area epicentrale, bensì rappresenta, probabilmente, la risposta fragile del fianco orientale del vulcano ad uno stress indotto dal sistema magmatico che in questo momento è sorgente dell’eruzione”. “Spesso – affermano ancora gli esperti – accade, infatti, che l’intrusione di un dicco magmatico trasferisca uno stress alle strutture tettoniche circostanti provocando terremoti anche di elevata magnitudo”.

L’attuale situazione eruttiva poco si discosta dalla casistica più riconosciuta per le eruzioni effusive etnee, in occasione delle quali un trasferimento di stress dalle masse intruse verso le porzioni più superficiali dei fianchi del vulcano può generare l’innesco di terremoti anche diversi chilometri lontano dai centri eruttivi.

Sulla base delle attuali manifestazioni dell’attività eruttiva, sono esclusi, al momento, problemi alle popolazioni ed alle principali infrastrutture: infatti, l’effusione lavica prodotta si riversa dalla base del Nuovo Cratere di Sud-Est entro l’ambiente desertico dell’ampia Valle del Bove. Tuttavia, sebbene le evidenze vulcanologiche più superficiali indichino una diminuzione dell’attività eruttiva generale, le informazioni desunte dai segnali geofisici non permettono di escludere una possibile alimentazione, tuttora in corso, del dicco che si è intruso.

“Sulla base della distribuzione della sismicità attuale – concludono gli esperti dell’Ingv -, tale dicco potrebbe interessare un settore diverso dall’attuale teatro eruttivo, con l’apertura di nuove fratture eruttive a quote più basse di 2400 metri, in coincidenza della parete occidentale ed in quella meridionale della Valle del Bove”.