Crimini ambientali e inquinamento dei mari, anche l’Italia ha partecipato all’operazione internazionale promossa da Interpol ed Europol. Nel mirino le buste non compostabili

dalla Redazione
Cronaca

L’Interpol, in stretta collaborazione con Europol, ha avviato ad ottobre un’operazione a livello globale dedicata al contrasto dei crimini ambientali e all’inquinamento dei mari, denominata “30 days at sea”, a cui hanno aderito le forze di polizia di 58 Paesi, tra cui l’Italia con l’Arma dei Carabinieri. I militari del Comando unità forestali ambientali e agroalimentari hanno concentrato i controlli sulla regolarità degli scarichi nei collettori fluviali e marini degli impianti di depurazione urbani e sulla corretta vendita delle buste biodegradabili e compostabili di recente adozione.

L’inquinamento dei mari è un fenomeno di grandi proporzioni. Ogni anno si stima che finiscano nelle acque marine dai 4,8 ai 12,7 milioni di tonnellate di rifiuti plastici, non biodegradabili, tanto da essere oramai presenti negli organismi marini anche in dimensioni infinitesimali. “I criminali – ha affermato il segretario generale di Interpol, Jürgen Stock – pensano che l’inquinamento marino sia un reato a basso rischio senza reali vittime. Il che è un errore. L’inquinamento marino è un crimine transnazionale che mette in pericolo a livello globale la salute, che mina lo sviluppo sostenibile e che richiede una forte risposta di cooperazione tra più agenzie a livello multisettoriale, con una solida architettura di sicurezza globale”.

Nel mese di ottobre sono stati condotti più di 5.000 controlli da parte di 276 forze di polizia e agenzie governative delle nazioni partecipanti, che hanno portato a perseguire, al momento, 173 reati. In Italia i Carabinieri hanno svolto 1.147 controlli. Sono emerse violazioni penali in 39 casi e sono state elevate sanzioni amministrative per quasi 600.000 euro.

Nei depuratori i militari dell’Arma hanno effettuato anche prelievi di campioni per ulteriori analisi e sviluppi investigativi. Le violazioni amministrative hanno riguardato soprattutto la commercializzazione, al dettaglio e all’ingrosso, delle buste monouso biodegradabili e compostabili (shopper) che devono essere conformi agli standard europei di ecocompatibilità. Queste buste devono raggiungere in 180 giorni la percentuale minima del 90% di biodegradazione e non devono avere effetti negativi sull’ambiente dopo la loro disintegrazione.

Il basso costo delle buste non biodegradabili, fino a un decimo rispetto a quelle previste, rappresenta il motivo principale per cui ancora vengono acquistate e utilizzate illecitamente nei singoli punti vendita. Molte di queste, riportanti la sigla HD-PE (polietilene ad alta densità), vengono indebitamente utilizzate per l’imballaggio di prodotti alimentari sfusi, andando così incontro all’applicazione di una sanzione pari a cinquemila euro. I Carabinieri hanno accertato la provenienza delle buste non conformi anche da Paesi asiatici (Cina e Vietnam), a conferma del rilievo internazionale di tale traffico.

“L’utilizzo di buste non compostabili – fa sapere l’Arma – porta il cittadino a un successivo errato utilizzo, non sapendo che la natura del materiale non corrisponde a quanto viene proposto e che il materiale non si degraderà in maniera adeguata. Il cittadino, tratto in inganno, diventa così parte inconsapevole di una catena di comportamenti illeciti a danno dell’ambiente”.