Da Berlusconi alla premiership, tra la Lega e M5s quattro ostacoli all’intesa. E le regionali in Friuli allungano i tempi

di Alessandro Righi
Politica

Non sarà una Pasqua risolutiva per la formazione del Governo. E’ evidente che Luigi Di Maio e Matteo Salvini hanno calzato l’elmetto posizionando le loro truppe in due trincee vicine, ma dalle quali si spara evidentemente a salve. In un continuo susseguirsi di stop and go, aperture e chiusure reciproche  tra i due leader. Ad ostacolare l’intesa ci sono, però, quattro ostacoli da rimuovere. E non basterà, probabilmente, il primo giro di consultazioni, che Sergio Mattarella avvierà mercoledì prossimo, per sgombrare il campo di gioco.

Innanzitutto lo scoglio della premiership, che sia Salvini e Di Maio continuano a rivendicare ciascuno per sé. Per non parlare delle distanze sui rispettivi punti programmatici sui quali, tuttavia,  sono in corso prove tecniche di avvicinamento. Da Ischia, per esempio, il segretario della Lega ha aperto di nuovo al reddito di cittadinanza (in versione rivista e corretta) dopo la bocciatura di giovedì. Poi c’è il convitato di pietra, Silvio Berlusconi e il suo ruolo di leader politico che i 5 Stelle si ostinano a non voler riconoscere. L’ex Cavaliere ha ribadito l’intento di guidare personalmente la delegazione di Forza Italia che sarà ricevuta al Quirinale. E infine le elezioni regionali che si avvicinano rapidamente e sulle quali, in particolare Salvini, punta molto. Quelle in Molise (22 aprile) e, soprattutto, in chiave leghista, in Friuli Venezia Giulia. Una partita che potrebbe rallentare ulteriormente la chiusura di un accordo: si aspetterà il verdetto delle urne come cartina di tornasole della volontà politica degli elettori. “Tra qualche giorno si vota nelle regionali: una bella vittoria del Centrodestra lancerebbe un bel segnale al Quirinale, vorrebbe dire che in Italia c’è voglia di un cambio”, spiega Salvini da Ischia dove sta passando le vacanze senza minimamente interrompere il suo attivismo mediatico. Una dichiarazione che conferma come lo stesso leader della Lega abbia in mente tempi lunghi per la soluzione della crisi.

Sottolineatura che è ben presente al Quirinale dove ci si prepara a un lungo ascolto proprio sulla base di difficoltà che sembrano superabili con un po’ di buona volontà. Buona volontà che Salvini e Di Maio dovranno dimostrare sul primo punto citato, la premiership. Sono i numeri a bloccare la forza dei due giovani vincitori delle elezioni: Di Maio è alla guida del partito che ha stravinto le elezioni e ha immesso in Parlamento ben 226 deputati alla Camera e 112 al Senato; Salvini guida la coalizione di centrodestra, numericamente più pesante. Ma come Lega rappresenta quasi la metà dei parlamentari 5 stelle. Sembra evidente che nessuno dei due voglia rinunciare ad ottenere l’incarico da Mattarella ma sembra anche probabile che il presidente non darà un incarico a chi non è in grado di dimostrare di avere una maggioranza parlamentare.

E allora? Si fa strada sempre più l’ipotesi di una figura terza in grado di unire. Ma resta l’incognita Berlusconi: indispensabile per Salvini ma indigeribile alla base M5S anche in un ruolo marginale. L’unica certezza è che ci vorrà tempo. Forse addirittura oltre le regionali del Friuli Venezia Giulia del 29 aprile dove, è bene ricordarlo, è in corsa Massimiliano Fedriga, leghista fedelissimo a Salvini che lo ha lanciato rottamando il forzista Renzo Tondo.