Da Hitler a Mao, la triste gioventù dei tiranni ne “L’infanzia dei dittatori”. Padri alcolizzati, violenze e depravazioni. Destini ineluttabili nel libro della Chalmet

dalla Redazione
Cultura

Famiglie devastate. Padri violenti. Depravazioni e sesso conosciuto molto prima del tempo. E un carattere burbero, condito da immancabile narcisismo e complessi di inferiorità. Come quello di Stalin per l’altezza. Ma d’altronde Beso (questo il suo vero nome) di complessi ne aveva tanti. Come quello della menomazione al braccio, causa di un calesse che lo investì dopo che il futuro dittatore cercò di attaccarcisi sopra. Per scommessa. Prove di forza. Tante quelle raccontate da Véronique Chalmet ne L’infanzia dei dittatori (Baldini&Castoldi). Ma la scrittrice, con l’approccio della criminologa, non esprime giudizi, ma dipinge con approccio quasi storiografico l’adolescenza di dieci bambini. Che allora non sapevano che sarebbero diventati efferati dittatori.

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Resta, però, evidente un sottile fil rouge: traumi infantili che si sono poi riversati nelle vite e nelle scelte di Mao Zedong, di Saddam Hussein, fino a Gheddafi. E anche, ovviamente, del “nostro” Benito Mussolini che, se per i primi tre anni di vita, non dice una parola, diventerà un discreto attore. Dote che riverserà anche nei suoi discorsi di Piazza Venezia. E poi ci sono le madri. Come nel caso di Anim Dada, dittatore ugandese, che da piccolo ha visto la madre, una strega nubiana, preparare elisir a base di feti. Storie che fanno riflettere perché ci rendiamo conto di quanto sia fondamentale il periodo dell’infanzia. Un viaggio “umano” che fa paura, perché inevitabilmente viene da chiedersi ad ogni pagina se tutti, anche noi, non saremmo potuti diventare esseri mostruosi. Un libro, insomma, che parla dell’uomo per l’uomo. Di oggi e di domani.

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