Dai Panama ai Paradise Papers, la solita regia dietro la fuga di notizie su ricconi e paradisi fiscali

di Stefano Sansonetti
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di Stefano Sansonetti

L’effetto finale, come sempre, è dirompente. Sapere che ministri americani e oligarchi russi proteggono i loro “tesoretti” nei paradisi fiscali non può che far riflettere. Certo, per chi conosce un po’ come gira il mondo non è poi una novità così roboante. Ma vedere nero su bianco, tra le tante cose, che il segretario al Commercio americano, Wilbur Ross (entrato nella nuova amministrazione Trump), risulta socio di un veicolo offshore in compagnia del russo Kirill Shamalov, genero di Putin, senza dubbio è un bel cazzotto in un occhio. Qui però, senza voler togliere nulla agli esiti ultimi dell’inchiesta giornalistica, nessuno sembra voler notare lo schema di trasmissione delle notizie. Uno schema che, nei due casi più famosi di fuga delle notizie, ossia i cosiddetti “Panama Papers” e i più recenti “Paradise Papers”, è curiosamente sempre lo stesso.

Il dettaglio – I “Paradise Papers” degli ultimi giorni riguardano la bellezza di 13 milioni di files, fatti avere dalle solite fonti anonime alla Suddeutsche Zeiting. I “Panama Papers”, poco più di un anno fa, hanno riguardato 11,5 milioni di documenti, sempre recapitati alla testata tedesca. La quale, in entrambi i casi, ha adottato la stessa strategia, ovvero ha condiviso questo immenso materiale con l’Icij (International consortium of investigative journalists), un Consorzio internazionale che riunisce più di 200 giornalisti investigativi in 70 Paesi.  Insomma, la catena degli scoop segue un percorso che ormai sembra possibile definire “consolidato”: prima c’è la fonte anonima che ha accesso ai dati gestiti dagli studi legali delle società offshore (Mossack Fonseca per i “Panama Papers”, Appleby e Asiaciti per i “Paradise Papers”); poi c’è la trasmissione dei dati alla solita Suddeutsche Zeitung; infine la condivisione dei files con i giornalisti dell’Icij, per rendere la pubblicazione degli scoop virale. Non c’è che dire, una strategia che a livello mediatico ha avuto sempre un grande successo. Però, forse, occorre chiedersi cosa ci sia dietro questo schema fisso, che a questo punto potrebbe anche replicarsi in futuro. In realtà dare una risposta non è facile, perché si rischia troppo di scadere nella suggestione. Alcuni rivolgono un pensiero ad Angela Merkel, la cancelliera tedesca che due anni fa si innervosì molto quando Wikileaks svelò che i suoi telefoni erano stati messi sotto controllo dall’americana Nsa (National Security Agency). Possibile, è la conseguente domanda, che la Merkel, col “dentino” già avvelenato, non sapesse che un giornale tedesco stava veicolando i celebri “papers”? C’è poi tutta la questione, ancora in gran parte inesplorata, di cosa ci sia esattamente dietro l’Icij, il super consorzio di giornalisti investigativi che nello “schema” ha la funzione di diffondere il più possibile il contenuto dei files. Ebbene, l’Icij si definisce un’organizzazione non profit. Un primo legame, se vogliamo, si individua quando lo stesso Consorzio dice di partecipare all’ “Amazon Services Llc Associates Program”, ossia un programma di pubblicità attraverso il quale riesce a trovare sostegno economico legandosi ad Amazon.com “e ai siti affiliati”.

Gli sponsor – Poi però si scopre che il Consorzio ha una bella lista di finanziatori. E qui qualche sorpresa non manca. Nell’elenco, per dire, c’è la Ford Foundation, lanciata proprio dagli eredi di Henry Ford, il mitico fondatore dell’omonima casa automobilistica. C’è poi la Open Society, famosa organizzazione che fa capo al finanziere-speculatore George Soros (il cui nome compare proprio nella lista dei “Paradise Papers”). Poi spunta il Sigrid Rausing Trust, ente inglese ideato dalla stessa Sigrid Rausing, rampolla della famiglia di miliardari svedesi che ha fondato Tetra Pack (packaging). Ancora, tra i finanziatori del Consorzio è inserito l’Omidyar Network, lanciato dall’iraniano naturalizzato americano Pierre Omidyar, fondatore di eBay. Accanto a loro c’è pure Graeme Wood, miliardario australiano che ha fatto fortuna con il sito di viaggi Wotif.com. Nella lista compare perfino la Rutgers Presbyterian Church, chiesa presbiteriana che prende il nome dalla via di Manhattan in cui è stata fondata. Ma si tratta solo di alcuni esempi. In ogni caso, a questo punto, in tutta la vicenda non può non imporsi l’attenzione su questa curiosa modalità di trasmissione delle notizie.

La solita regia e i dubbi di Rapetto

Inutile girarci intorno, “qui c’è un metodo di trasmissione delle notizie che è sempre lo stesso”. E che quindi spinge a chiedersi “cosa ci sia dietro”. Ad avvalorare dubbi sulla genesi dei “Paradise Papers”, e prima ancora dei “Panama Papers”, non è il solito dietrologo che vede complotti ovunque, ma uno che di indagini informatiche si intende un bel po’. Parliamo di Umberto Rapetto, generale della Guardia di Finanza (successivamente abbandonata), dove ha guidato il Nucleo speciale sulle frodi telematiche. “Non si può fare a meno di notare che c’è un sistema preciso di uscita delle notizie”, dice Rapetto a La Notizia,  riferendosi al percorso seguito dai dati negli ultimi due clamorosi casi.

La riflessione – Si comincia con la solita fonte anonima, si prosegue con la destinazione dei files alla Suddeutsche Zeitung, si conclude con la condivisione dei dati da parte della testata tedesca con l’Icij, ovvero il Consorzio internazionale di giornalisti investigativi che di fatto rende virali gli scoop sul maxi ricorso ai paradisi fiscali che contraddistingue la condotta di politici e Vip di mezzo mondo (vedi articolo nella pagina accanto). Ma cosa può esserci dietro questo schema fisso? Certo, spiega sul punto Rapetto, una risposta precisa è difficile. Ma anche lui non resiste alla tentazione di fare un pensierino ad Angela Merkel: “La cancelliera ha un conto aperto con Wikileaks, dalle cui rivelazioni anni fa era stata un bel po’ colpita”. Il riferimento è a quando il sito diretto da Julian Assange ha svelato come per anni i telefoni della Merkel fossero stati spiate dalla Nsa, ovvero la National Security Agency americana.

Gli altri link – E qui i collegamenti si sprecano perché la stessa Nsa è stata protagonista indiretta di un’altra maxi fuga di notizie, ormai passata alla storia con l’espressione “Datagate”. Il caso venne alimentato dalle rivelazioni di Edward Snowden, ex consulente della stessa agenzia statunitense, entrato in possesso degli scottanti files nel periodo in cui lavorava per Booz Allen Hamilton, società che collaborava con i servizi di intelligence americani. Insomma, per Rapetto potrebbe anche essere non così peregrina l’ipotesi che dietro questa serie di “papers” ci sia lo zampino tedesco. Ma lo stesso esperto informatico ammette che il fenomeno è talmente complesso da rendere difficile una sua “decrittazione”. Se si volesse poi andare a vedere quali sono i principali bersagli dei “Panama e Paradise Papers”, sarebbe difficile non scorgere nel mirino il presidente americano, Donald Trump, e quello russo, Vladimir Putin. L’ultima fuga di notizie, per dire, coinvolge l’attuale segretario di stato Usa, Rex Tillerson, e il segretario al commercio, Wilbur Ross. Quanto a Putin, le edizioni dei “papers” non hanno smesso di puntare alla sua cerchia, dal violoncellista Sergei Roldugin, al genero Kirill Shamalov.

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