D’Alfonso scrive agli abruzzesi e così il Pd viola la privacy. Spediti migliaia di opuscoli sul referendum, la vicenda potrebbe avrebbe strascichi penali

di Antonello Di Lella
Politica

È una débâcle senza fine quella del Partito democratico sul referendum costituzionale. Dopo la batosta elettorale nell’ormai lontano 2016 ne è arrivata un’altra. Scatenata dalla lettera firmata dal Governatore d’Abruzzo, Luciano D’Alfonso, e inviata, all’epoca, a molti abruzzesi per propagandare il Sì al quesito referendario del 4 dicembre 2016. Quella missiva arrivata in molte cassette postali, infatti, ha violato il Codice in materia di trattamento dei dati personali. Responsabilità, secondo quanto deciso dal Garante per la protezione dei dati personali, da attribuire al Pd abruzzese. La condotta, pur non avendo rispettato le regole, non ha prodotto provvedimenti da parte del Collegio, perché ha esaurito i suoi effetti essendo ormai stato archiviato il referendum. La vicenda, però, potrebbe avere ulteriori strascichi penali oltre ad aprire la strada a costosi risarcimenti.

La vicenda – A far scattare gli accertamenti sulla lettera propagandistica è stata una segnalazione di Augusto De Sanctis, attivista di lungo corso su temi ambientali. Prima una telefonata (ricevuta per conto del presidente della Regione) e poi un sms di invito a un evento organizzato dal comitato “Basta un sì” insospettirono De Sanctis. Qualche giorno dopo, l’arrivo della lettera firmata dal Governatore ha convinto l’attivista abruzzese a richiedere accertamenti alle autorità per violazione della privacy. Sull’opuscolo, oltre alla firma di D’Alfonso, anche l’indicazione del sito istituzionale (www.laregionedicelaregionefa.it) a cui rivolgersi per avere ulteriori informazioni sul quesito. Il Governatore, rispondendo alle richieste del Garante, ha spiegato che “il ruolo istituzionale del Presidente della Regione è stato indicato nello stampato al fine unico della corretta individuazione del soggetto mittente il messaggio propagandato”. La Regione Abruzzo, inoltre, ha sostenuto che il sito utilizzato non è qualificabile quale istituzionale, spiegando che la campagna comunicativa è stata seguita direttamente dal comitato Nazionale per il “Sì” senza riconducibilità a D’Alfonso.

Passo falso – Ma a smentire il Governatore è stato proprio il presidente del Comitato nazionale per il sì che in una nota ha chiarito: “Non è stata mai autorizzato, nell’ambito della campagna referendaria, l’invio di lettere prestampate a contenuto propagandistico a firma del Presidente della Regione nella sua veste istituzionale”. Lettere, come confermato dal Pd, partite a spese dei Dem che hanno acquisito “gli indirizzi dei cittadini elettori del Comune di Pescara mediante formale richiesta all’amministrazione comunale”. Secondo il Pd chi riceveva l’opuscolo poteva individuare il soggetto cui rivolgersi e cioè il Comitato ‘Basta un Sì’”. Ma per il Garante il trattamento dei dati ha violato le regole perché “nel materiale inviato non era indicato chiaramente un recapito cui rivolgersi”. Un altro schiaffone dopo che già l’Agcom aveva bocciato l’uso di canali istituzionali per la campagna referendaria.

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