Dalla A di Annuncite alla Z di Zagrebelsky. Ecco l’alfabeto delle elezioni del 4 marzo

di Antonio Pitoni e GIorgio Velardi
Politica

Sedici giorni all’Ora X. Si vota domenica 4 marzo, ma chissà che non sia solo l’antipasto, visto come potrebbe andare a finire. Dalla A di Annuncite alla Z di Zagrebelsky, ecco l’alfabeto delle elezioni.

A come Annuncite – I leader hanno promesso di tutto: dall’abolizione del canone Rai (Renzi) a quella delle tasse universitarie (Grasso); dalla cancellazione della “Fornero” (Salvini) all’introduzione del reddito di cittadinanza (Di Maio). Fino alla creazione di posti di lavoro (Berlusconi). Quante resteranno solo sulla carta?

B come Bolzano – “Sulla Boschi decideranno gli elettori”, Renzi dixit. Quelli di Bolzano, però. In fuga da Arezzo, teatro dello scandalo-Etruria, la sottosegretaria correrà nel collegio di Bolzano ma con 5 paracaduti nel proporzionale. L’interessata minimizza: “Con l’Alto Adige ho già un rapporto di amore e di passione, ci vengo sempre in vacanza”. Chapeau.

C come Coalizioni – A differenza dell’Italicum, il Rosatellum prevede la possibilità di apparentamenti. Da una parte correranno Forza Italia, Lega, FdI e Noi con l’Italia, dall’altra Pd, +Europa, Insieme e Civica Popolare. M5s e LeU, invece, si presenteranno da soli. Ma dopo il voto, potrebbe scattare il “liberi tutti”.

D come Dinosauri – Alcuni dei parlamentari più longevi hanno optato per il buen retiro. Ma non tutti. Si ripresenteranno, fra gli altri, il sempiterno Pier Ferdinando Casini, entrato alla Camera nell’83, candidato a Bologna col Pd. Ma anche Rotondi (FI) e Bossi (Lega). Senza dimenticare Cicchitto, che stavolta corre con Civica Popolare.

E come Europa – C’è pure lei tra i temi caldi di questa campagna. Andando al sodo, il Pd chiede di ridiscutere una serie di parametri che regolano i vincoli di finanza pubblica; il Centrodestra dice “no” all’austerity e promette una revisione dei trattati; il M5s prospetta un’alleanza tra i Paesi del Sud Europa per superare le politiche di austerità. Mentre LeU punta ad accantonare il Fiscal Compact cancellando la riforma del pareggio di bilancio in Costituzione.

F come Flat tax – È uno dei cuori pulsanti del programma del Centrodestra: l’aliquota unica con la quale Berlusconi&Salvini promettono la rivoluzione fiscale. Per i competitor però è solo fumo. Renzi l’ha bollata come la “spread tax”, per Di Maio è “una bufala”. Mentre Grasso ha rilanciato una patrimoniale progressiva.

G come Governo di larghe intese – Gentiloni non si è dimesso da premier, restando in carica in caso di stallo post-voto. Su di lui puntano in tanti, compreso Berlusconi. Ma un Governo di larghe intese potrebbe essere guidato anche da Carlo Calenda, un altro che piace al Cav. Il tutto al netto di una possibile maggioranza Lega-M5s.

H come Hacker – “Sulla cybersecurity abbiamo messo in piedi una grande infrastruttura protettiva per difenderci. Non ci saranno condizionamenti alle elezioni”, ha promesso Minniti. Vedremo se sarà così. Intanto il 6 febbraio AnonPlus ha hackerato il Pd di Firenze mettendo online pure i dati di Renzi. Tre giorni dopo è toccato a Salvini. Antipasto amaro in vista del voto.

I come Impresentabili – Pd batte FI 27 a 22. È il conto degli indagati/imputati candidati rispettivamente dai partiti di Renzi e Berlusconi. Ai quali si aggiungono anche i 2 di Civica Popolare e 1 in corsa con Insieme. Ma la lista è ancora lunga: 6 nella Lega, 7 in FdI e 8 in Noi con l’Italia. Si ferma a quota 3 LeU. E il M5s? Ci sono i furbetti del bonifico, che non hanno commesso alcun reato – e quindi non sono né indagati né imputati – ma che, violando le regole imposte dal Movimento, non potranno certo prendersela se qualche elettore li definisse impresentabili.

L come Lazio e Lombardia – Il 4 marzo non si vota anche per le Regionali di Lazio e Lombardia. Nel primo caso, a sfidarsi saranno il governatore Zingaretti (Centrosinistra), in corsa per un secondo mandato, Lombardi (M5s), Parisi (Centrodestra) e Pirozzi (lista civica). In Lombardia è sfida a due tra Fontana (Centrodestra) e Gori (Pd).

M come Macerata – L’attacco di Luca Traini agli immigrati residenti nella città marchigiana dopo l’omicidio di Pamela Mastropietro ha rinfocolato le polemiche proprio sull’immigrazione e sui rigurgiti fascisti del Belpaese. Anche perché l’anno scorso Traini era stato candidato con la Lega. Nonostante questo, nell’ultima settimana il Carroccio ha guadagnato lo 0,3% nei sondaggi (dato Euromedia). Salvini gongola.

N come New entry – Tanti i volti nuovi in corsa per un seggio. Soprattutto giornalisti. Il Pd ha candidato Cerno e Barra, ma anche l’ex portavoce di Renzi, Filippo Sensi. Nelle file del M5s spiccano invece Carelli, Paragone e Di Nicola mentre tra quelle di FI Mulè e Cangini. Nel partito di Berlusconi hanno trovato spazio anche Giusy Versace e l’ex Ad del Milan Adriano Galliani.

O come Outsider – In corsa alle elezioni ci sono 27 liste alla Camera e 28 al Senato. Tra queste, anche 10 volte meglio e il Popolo della Famiglia di Mario Adinolfi. Resta da superare la soglia di sbarramento del 3% prevista dal Rosatellum: per molti una mission impossible.

P come Paracadutati – È un esercito trasversale di candidati blindati. Reclutati a destra e sinistra, con la sola eccezione del M5s. Sono i cosiddetti paracadutati nei listini proporzionali, che hanno di fatto l’elezione già in tasca. La legge prevede la possibilità di correre al massimo in 5 listini. Un record che pochi privilegiati hanno stabilito: Boschi, Madia e Di Giorgi nel Pd; Milanato e Ronzulli in FI; Guerra di LeU; ma anche Salvini e Bongiorno della Lega.

Q come Quirinale – Dopo il voto la palla passerà nelle mani del presidente della Repubblica. Impossibile ad oggi fare previsioni su come si muoverà Mattarella. Quel che è certo è che, in caso di stallo, il Colle guarderà con occhio attento all’elezione dei presidenti delle Camere. Una maggioranza potrebbe nascere proprio da lì.

R come Rimborsopoli – Lo scandalo che ha travolto i grillini negli ultimi giorni, legato alle mancate restituzioni di una parte dei loro stipendi, sembra giunto ai titoli di coda. Alla fine nella black list sono finiti in 8. Di Maio li ha messi fuori dal Movimento, ma almeno 3 di loro saranno rieletti. Chissà che fine faranno.

S come Social network – La campagna si gioca anche in Rete. Tra i leader, è Salvini il più seguito su Facebook (2 milioni di like), al secondo posto Di Maio (1,2), poi Renzi (1,1). Su Twitter invece il segretario dem stacca tutti (3,3 milioni di follower). Argento per il numero uno della Lega (645mila), bronzo alla Meloni (631mila).

T come Trombati – Molti speravano in un posto in lista ma alla fine sono rimasti a bocca asciutta. Fra i volti noti spiccano i dem Latorre e Realacci, ma anche Cuperlo e Martella. Uno dei casi più clamorosi dentro FI è stato invece quello di Razzi. Non sarà della partita neanche Di Pietro.

U come Uninominale – È il sogno tradito degli italiani. Che col referendum del ’92 si espressero chiaramente per un sistema maggioritario. Prima annacquato dal Mattarellum, poi del tutto cancellato dal Porcellum. E ora solo in parte recuperato dal Rosatellum che consente di eleggere nei collegi uninominali solo un terzo dei parlamentari. In maggior parte, con la sola eccezione del M5s, blindati anche nei listini.

V come Voltagabbana – La XVII legislatura ha fatto segnare il record di parlamentari che hanno cambiato casacca: 566. Alcuni dei quali a ridosso della chiusura delle liste. Chissà cosa ci riserverà la prossima.

Z come Zagrebelsky – Sempre lui, l’ex presidente della Corte Costituzionale già animatore del No al referendum del 4 dicembre 2016. “Il Rosatellum è incostituzionale”, ha detto. Ma, come cantava Vasco, “ormai è tardi”. Sarà per la prossima.

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