Debito pubblico, eredità da 150 miliardi. I conti di Padoan non tornano. Negli ultimi 4 anni stock sensibilmente salito

di Maurizio Grosso
Cronaca

Un’eredità pesante sembra esserci, anche se su di essa gli economisti si stanno già accapigliando. Il debito pubblico è uno dei problemi atavici dell’Italia. Ieri la Banca d’Italia ha certificato che a febbraio del 2018 lo stock si è attestato sui 2.286 miliardi di euro. A queste cifre da capogiro ormai siamo abituati, anche se vanno contestualizzate. Il fatto è che dal Governo Monti, quello che avrebbe dovuto innescare una virtuosa tendenza alla riduzione del debito, la voce è costantemente cresciuta. In questi giorni sta montando una specie di polemica sul ruolo avuto dal ministro uscente dell’economia, Pier Carlo Padoan, nella gestione del debito. Sulla base di calcoli un po’ superficiali viene fuori che dal febbraio 2014, da quando cioè Padoan si è insediato a via XX Settembre all’interno del Governo Renzi, il debito pubblico a livello numerico è salito di 150 miliardi di euro. In quell’anno, infatti, la voce aveva raggiunto quota 2.137 miliardi di euro, mentre adesso, come detto, siamo a 2.286.

Il dato – Insomma, secondo i critici è questa la pesante eredità che Padoan lascia a quello che sarà il suo successore. Il discorso, però, è un po’ diverso se si legge il debito in rapporto al Pil, che poi è uno dei famosi parametri di riferimento per rientrare nelle regole europee. Qui la situazione non è certo migliorata, come pure avrebbe dovuto ed era stato annunciato, ma non è nemmeno peggiorata. Se nel 2014 il rapporto debito Pil era al 131,8%, la stessa percentuale si è registrata nel 2017. Su questo, però, nei giorni scorsi è arrivata la lettura critica di Carlo Cottarelli, ex commissario alla spending review e oggi direttore dell’Osservatorio sui conti pubblici (corteggiato a destra e a sinistra per rientrare nel futuro Governo). Secondo Cottarelli a fine 2017 si è evitato un conto più salato grazie a una specie di escamotage: “Il forte calo della liquidità iniziato a novembre 2017 e proseguito a dicembre, che ha fatto registrare una diminuzione del debito pubblico a fine 2017, appare come una riduzione temporanea orientata a un ‘window dressing’ di fine anno per migliorare la posizione dello Stato prima del giudizio della Commissione europea di inizio marzo e della redazione del Def”.

L’altro punto – Inoltre Cottarelli ha sostenuto che le politiche di Padoan produrranno nei prossimi 3 anni 55 miliardi di debito aggiuntivo. Pronta, ieri, è stata la risposta del numero uno del Mef, secondo il quale i 55 miliardi “includono le partite finanziarie, le stime riguardanti la rivalutazione dei titoli indicizzati all’inflazione, la spesa per interessi sugli swap, la spesa per interessi sui Buoni postali fruttiferi, gli introiti delle aste delle frequenze Umts (conteggiate nel triennio solo nei dati di competenza)”. Semmai l’escalation del debito appare più marcata rispetto al punto di partenza del Governo Monti. A fine 2011, infatti, lo stock era di 1.897 miliardi, il 120% del Pil. Oggi Bankitalia dice che siamo a 2.286, oltre il 130%. Altro che conti sotto controllo.

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