Decreto Dignità verso l’ok senza chiedere la fiducia. Per ora i populisti battono il Pd 108 a zero

di Alessandro Righi
Politica

Fiducia scongiurata. Anche al Senato. Dopo il primo via libera di Montecitorio al decreto Dignità, tra stesera e domani dovrebbe arrivare anche quello di Palazzo Madama. Così il ministro del Lavoro, Luigi Di Maio, si appresta a spingere verso il traguardo finale il primo provvedimento della Legislatura. E, per di più, senza ricorrere alla fiducia. Strumento tanto criticato (dai Cinque Stelle) quanto abusato (dai Governi a trazione Pd) nella precedente legislatura. Quando i Governi di Centrosinistra vi hanno fatto ricorso 108 volte: 10 Letta, 66 Renzi e 32 Gentiloni.

Sono state necessarie le sedute notturne dell’ultimo fine settimana in commissione. E persino la decisione di spedire il provvedimento in Aula senza assegnarlo ad un relatore. Mossa obbligata per chiudere la partita prima della pausa estiva, superando l’ostruzionismo dell’opposizione. E una volta approdato in Aula, la maggioranza ha subito bocciato due pregiudiziali di costituzionalità, accorpandole in un’unica votazione. A questo punto l’iter della converasione in legge del decreto dovrebbe essere tutto in discesa. Come sottolineato dallo stesso Di Maio lasciando presagire l’esclusione del ricorso alla fiducia: “Ci sono stati tre giorni di discussione, credo proprio non ci sia la necessità”. Di certo, mentre il provvedimento procede verso un rapido via libera definitivo, non si placano le polemiche tra gli schieramenti politici. Per il presidente del Parlamento europeo e vicepresidente di Forza Italia,

Antonio Tajani, “purtroppo il decreto Di Maio rischia di provocare decine migliaia posti di lavoro in meno”. Secondo il dirigente azzurro, infatti, “se l’Inps prevedeva di perdere 80mila posti in 10 anni, noi calcoliamo oltre 130mila posti persi”. Giudizio negativo confermato anche dal Partito democratico. “Un decreto senza sostanza, approvato di
fretta, nonostante i limiti segnalati da parti sociali, lavoratori e imprese”, accusa Tommaso Nannicini. “Di fronte alle proposte di merito del nostro e degli altri partiti di opposizione, il Governo e la maggioranza hanno saputo solo rispondere con un muro di  silenzio, che svilisce il ruolo del Parlamento, della dialettica tra maggioranza e opposizioni e lascia immutato un testo pieno di norme pasticciate” che “avranno effetti negativi su lavoratori e

imprese”, aggiunge. Obiezioni di fronte alle quali la maggioranza M5S-Lega non fa una piega continuando, spedita, nella sua marcia verso il traguardo finale.

E non finisce qui. Sempre ieri, e sempre al Senato, il Governo ha incassato il primo via libera al decreto Milleproroghe. Approvato dall’Aula di Palazzo Madama con 148 sì, 110 no e 3 astenuti. A settembre, dopo la pausa estiva, passerà all’esame della Camera. Tra le misure più importanti la proroga del termine di applicazione delle nuove norme sulle intercettazioni viene prorogato (fissato al 31 marzo 2019) per dare modo al Governo di riscrivere la riforma; il rinvio di un anno (al primo luglio 2020) dello stop al mercato tutelato di gas ed energia; proroga anche per la presentazione della documentazione relativa all’ammontare dei danni subiti nel terremoto dell’Abruzzo del 6 aprile 2009; passa invece dagli attuali 90 a 180 giorni il termine per l’adesione delle banche di credito cooperativo al contratto di coesione sul gruppo bancario cooperativo. E poi, ovviamente, la discussa norma relativa all’obbligo vaccinale. Per il prossimo anno scolastico tutti i bambini, compresi quelli sprovvisti di documentazione sulla vaccinazione, potranno accedere alle scuole per l’infanzia. Le sanzioni per chi viola l’obbligo slittano al 2019-2020. In attesa che il decreto venga convertito in legge, le famiglie a inizio anno scolastico ai primi di settembre dovranno ancora presentare l’autocertificazione.

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