Depistaggi e toghe sporche, c’è pure l’ombra della mafia. Nelle carte dell’ordinanza spunta Cosa nostra. Longo & C. “aggiustarono” un’inchiesta sui rifiuti

di Carmine Gazzanni
Cronaca

Tra i depistaggi e le inchieste che, secondo la Procura di Messina, sarebbero state “aggiustate” non c’è solo l’Eni. A comparire, nelle oltre 400 pagine di ordinanza, spunta anche una vicenda che legherebbe la “cupola” di toghe e avvocati alla mafia siciliana e, più in particolare, a Carmelo Paratore ritenuto, scrivono gli inquirenti, “appartenente all’associazione mafiosa ‘Cosa Nosta catanese’”. Ma facciamo un passo indietro. Siamo nel febbraio 2014: il procuratore della Repubblica di Siracusa affida proprio al sostituto Giancarlo Longo, oggi in custodia cautelare in carcere a Poggioreale, un fascicolo per traffico illecito di rifiuti riguardante la discarica Cisma di Melilli, in provincia di Catania. Proprietari della Cisma sono proprio Antonino Paratore, detto “u Zu Nino”, e il figlio Carmelo, soprannominato “Carmeleddu”. A questo punto, la società dei Paratore decide di nominare come legale di fiducia, proprio l’avvocato Giuseppe Calafiore, su cui pende un mandato di arresto ma ancora latitante a Dubai e, secondo l’accusa, uno dei “vertici” della cupola messa in piedi da Longo e Amara.  Quel procedimento si arenerà, concludendosi vantaggiosamente per la Cisma. Il tutto, si legge nell’ordinanza, anche grazie ad alcune consulenze, affidate a uomini della “cricca”: Vincenzo Naso, Mauro Verace e Nel mondo delle farmacie la notizia ha rimbombato parecchio. Del resto sentirsi dire che dagli Stati Uniti qualcuno sta pensando a una massiccia campagna acquisti in Italia, con tanto di cifre, non è roba da poco. Non a caso, tutti indagati dopo il blitz dei giorni scorsi. “Anche sotto il profilo penale – si legge nell’ordinanza – gli indagati beneficiavano dell’esito degli elaborati del Naso, del Verace e del Perricone”, tanto che “il sostituto si determinava ad avanzare richiesta di archiviazione per i reati ipotizzati”.

Il dettaglio – Uno degli esempi più eclatanti è quello della consulenza affidata proprio a Naso, “esperto in altro settore”, perché valutasse, sottolineano gli inquirenti, “profili squisitamente giuridici” e non tecnici, come si dovrebbe fare nel caso di un procedimento per traffico illecito di rifiuti. Si trattava, insomma, di “una consulenza che non aveva alcuna attinenza con il procedimento penale di cui si stava occupando il magistrato”. Non a caso viene definito “illogico” il comportamento di Longo. Tanto che, concludono gli inquirenti, quello messo in atto è “un uso distorto della funzione giudiziaria”, “appositamente orientata e strumentalizzata per favorire la parte indagata”. Una dinamica che emerge, anche nelle altre due consulenze. Come quella di Verace che, osservano gli inquirenti, “aveva fatto parte dello stesso Dipartimento […] che si era espresso in termini favorevoli al rilascio dell’autorizzazione all’ampliamento della discarica”. E Perricone? Anche qui qualcosa non torna, dato che Longo chiede ad un esperto contabile, come appunto Perricone, di “accertare fatti che non erano oggetto d’indagine”.

Il risultato – La conseguenza di tali dinamiche? Alla fine, come emerso in un’altra inchiesta dello scorso aprile che ha portato a scoprire quello che molti hanno ribattezzato il “sistema Paratore”, la Cisma ha “accolto” rifiuti di mezza Italia, compresi quelli dell’Ilva. In totale, raccontano le cronache locali, parliamo di 350mila tonnellate di rifiuti speciali smaltiti in maniera illecita e fuori controllo. Ma non finisce qui: torniamo alla “cricca” di toghe e avvocati. Sono, infatti, le conclusioni cui giungono gli inquirenti di Messina che lasciano intendere come il giro fosse anche più ampio. Dai brogliacci di polizia giudiziaria di un’inchiesta parallela, condotta dalla Procura di Catania, emergono, infatti, i rapporti di Calafiore e Amara con Paratore, “ritenuto […] gestore di fatto della Cisma ed appartenente all’associazione mafiosa ‘Cosa Nosta catanese’”. E in ballo ci sarebbero anche soldi e bonifici, la cui provenienza dovrà essere chiarita. In particolare, la relazione dell’Unità di Informazione Finanziaria della Banca d’Italia, si legge ancora nell’informativa, dà conto di un bonifico da 55mila euro fatto proprio da Amara a Paratore. Tanto basta per parlare di un “grave quadro indiziario” per Longo, Calafiore e per i tre consulenti dato che “i loro elaborati, dietro corresponsione di denaro”, avrebbero “favorito la società indagata”.

Twitter: @CarmineGazzanni