Discount Italia. Cosa svenderemo e chi farà business a casa nostra

di Stefano Sansonetti

La musica è nota: per abbattere il mostruoso debito pubblico italiano, ormai stabilmente sopra quota 2 mila miliardi di euro, non si può fare a meno di cedere i “gioielli” rimasti in pancia allo Stato. Peccato che le condizioni di mercato, oggi come non mai, mettano il governo di fronte al rischio di una maxisvendita, destinata a soddisfare gli appetiti di molti gruppi esteri. L’esecutivo guidato da Enrico Letta, assiduo frequentatore di centri di potere internazionale come Aspen e Trilateral, non fa nomi precisi. Ma espone chiaramente le sue intenzioni, per esempio nella recente Agenda per la crescita predisposta per dare un segnale all’Europa e agli investitori. E che segnale.

Il piano
“Per le società partecipate pubbliche”, vi si legge, “il proseguimento dei processi di vendita sarà realizzato sulla base di valutazioni che terranno conto di molteplici fattori, tra i quali la strategicità delle partecipazioni per l’economia nazionale (come ad esempio per i settori dell’energia o della difesa), e la convenienza economica della vendita”. Ora, nei settori dell’energia, a livello statale, i big di cui il governo ha partecipazione residue sono Eni ed Enel. Quando si parla di difesa il riferimento è a Finmeccanica. L’esecutivo, senza citarle ma riferendosi ad esse, usa naturalmente parole prudenti. E spiega, sempre nell’Agenda, che “occorrerà confrontare i risparmi, in termini d’interessi connessi con l’abbattimento del debito, con il flusso di dividendi annui distribuiti dalle società partecipate”. Insomma, Letta e il ministro dell’economia, Fabrizio Saccomanni, predicano cautela. Nel frattempo, però, il tema vendita-svendita è in agenda.

Società locali
Per fare cassa, poi, si punterà anche alla cessione delle società partecipate dagli enti locali. Il documento governativo, sul punto, dice che “un beneficio consistente potrà derivare anche dalle operazioni di dismissione di beni e partecipazioni degli enti territoriali, alcune in fase già avanzata di realizzazione”. E qui il perimetro si fa anche più largo, visto che gli enti locali hanno società che fanno di tutto, dall’energia alla gestione di infrastrutture come autostrade e aeroporti (vedi l’articolo in basso nella pagina accanto). In questo campo i più grandi comuni d’Italia sono coinvolti in processi di dismissione per fare cassa. E purtroppo, come dimostrano i casi delle aste andate recentemente deserte e dei conseguenti ribassi, il rischio svendita è massimo.

Immobili
Infine l’Agenda per la crescita cita le dismissioni del patrimonio immobiliare, in un momento in cui il mercato è praticamente ai minimi termini. Qui tutto dovrebbe ruotare intorno a Invimit, la sgr del Tesoro che dovrà gestire fondi immobiliari a cui anche gli enti locali potranno apportare il loro asset. Secondo un recente studio dell’economista Edoardo Reviglio si tratta di una partita potenziale di 370 miliardi di euro.

Telecom, un boccone per Madrid
Quando si parla di appetiti esteri su aziende italiane non si può fare a meno di citare Telecom Italia. Del resto le prossime settimane saranno decisive per capire il futuro della società guidata da Franco Bernabè. Il tutto ruota intorno a Telco, la cassaforte che detiene il 22,4% del gruppo. Ebbene, nella holding la partecipazione di maggioranza, ovvero il 46%, è in mano agli spagnoli di Telefonica, mentre il resto è diviso tra Mediobanca, Intesa Sanpaolo e Generali, soci finora chiamati a difendere l’italianità dell’azienda tlc. Peccato, però, che nel portare avanti i loro piani di maggiore orientamento sul core business, Mediobanca e Generali abbiano già comunicato di voler uscire dalla cassaforte. Intesa Sanpaolo, invece, è ancora possibilista. Insomma, ci sono i presupposti per un via libera alla conquista di Telecom da parte degli spagnoli di Telefonica? La situazione non è così semplice, perché in realtà Telefonica vorrebbe tenere in piedi Telco, e questo per evitare sovrapposizioni con il business sudamericano degli spagnoli. E’ infatti appena il caso di ricordare che Telecom detiene una partecipazione pesante in Tim Brasil.
Per questo, nei giorni scorsi, Telefonica avrebbe offerto ai tre soci italiani 800 milioni di euro per rilevare parte delle loro quote e convincerli a rimanere in Telco. Ma, come detto, per Mediobanca e Generali non sembra esserci nulla da fare. Il termine per comunicare le disdette al patto, a questo punto, scadrà il 28 settembre prossimo. Subito dopo, il 3 ottobre, si terrà un consiglio di amministrazione decisivo. In ballo, peraltro, ci sono le sorti di un gruppo sul quale gravano ancora 40 miliardi di debito. E l’eterno spettro di una conquista straniera.

Corea e Giappone alla conquista dell’universo Ansaldo
È un vento che soffia sempre più forte da Oriente. Al centro degli appetiti esteri, e certo non da ora, c’è un po’ tutto l’universo Ansaldo, in pratica il business civile che fa capo a Finmeccanica. Tra gli obiettivi c’è sicuramente Ansaldo Energia, tra i primi gruppi al mondo nella produzione di centrali elettriche. Ebbene, dopo vari tentativi portati avanti in passato dai tedeschi di Siemens, adesso la società, controllata al 55% da Finmeccanica e al 45% da First Reserve, è un boccone che interessa soprattutto al gruppo coreano Doosan. I contatti nei mesi scorsi sono stati molto intensi, anche se di recente il governo Letta ha provato a frenare il processo chiamando in causa la salvaguardia dell’italianità, non si sa con quale effettiva convinzione. Anche Ansaldo Breda e Ansaldo Sts, che si occupano della costruzione di treni e di sviluppo dei sistemi di trasporto, stanno attirando gli appetiti esteri. In questo caso in pole c’è l’interesse dei giapponesi di Hitachi.

I tedeschi atterrano a Venezia
L’amore della Germania per le bellezze artistiche del Belpaese cresce sempre di più. Al punto che per sentire ancora più vicine le città d’arte italiane adesso i tedeschi puntano a comprarsi anche i nostri aeroporti. E’ quello che sta accadendo in questi giorni allo scalo di Venezia, gestito dalla società Save. Ebbene, a farsi avanti con una certa insistenza, ma senza ancora uscire allo scoperto, è stato il gruppo tedesco Fraport, ossia la società che gestisce l’aeroporto di Francoforte, uno di più imprtanti di tutta la Germania. Save, al momento, è controllata al 40% dalla finanziaria Agorà, che a sua volta fa principalmente capo a Generali, Finint e a un fondo della banca americana Morgan Stanley. Fraport, dal canto suo, avrebbe affidato a Mediobanca il compito di esplorare la situazione e capire quali sono i margini di movimento. Il blitz tedesco sulla società che governa l’aeroporto di Venezia, peraltro, nei giorni scorsi ha anche provocato la reazione del presidente del consiglio, il quale ha preso posizione dicendosi favorevole al mantenimento del controllo italiano su Save. Dietro la quale, come detto, c’è anche Finint, la finanziaria guidata da Enrico Marchi che partecipa al patto di sindacato insieme a Generali e Morgan Stanley.