Donald risolve da sé il conflitto di interessi: lascerà tutte le sue aziende. Così Trump dà una lezione all’Italia

dalla Redazione
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Donald Trump giorno ringraziamento

Dici conflitto d’interessi e pensi a Silvio Berlusconi. Come se il mondo, la politica italiana, le regole del gioco della Finanza, i rapporti fra lobby e potere, dal 1994 ad oggi non fossero cambiati. Radicalmente. E, soprattutto, come se il berlusconismo e il consequenziale antiberlusconismo non fossero già storia.  Passata ma non archiviata, ovviamente. Ma questo è solo un dettaglio per i politologi. Perché il nodo centrale della questione, riportata in primo piano dall’annunciato piano di dismissione delle aziende del presidente americano in pectore Donald Trump, resta l’incapacità degli italiani, e della classe politica che li rappresenta, di compiere il passo successivo: dare forma di legge ad un dibattito trentennale. Una forma basica, magari, ma chiara per tutti. Perché oggi non sussiste solo un conflitto d’interesse tout court, ma esistono mille conflitti d’interesse, che attraversano tutto lo schieramento politico italiano.

Stile Donald – Proprio per questa ragione la mossa di Trump mette con le spalle al muro tutti gli obamiani italiani, accorsi al capezzale di Hillary nell’illusione di una vittoria sul filo di lana, e rilancia le quotazioni dei trumpiani della penisola, costretti a rincorrere il magnate americano. Il quale vince anche sullo stile.  Dopo  aver cenato con il “diavolo” Mitt Romney, il suo acerrimo nemico del partito ora tra i papabili a guidare la politica estera americana grazie al supporto dell’establishment repubblicano e dei liberal, Trump ha dato l’annuncio, Via Twitter ha comunicato che lascerà gli affari. Per sapere in che modo intenda separarsi “totalmente” dalle sue (quasi 500) aziende e concentrarsi “pienamente” sulla guida del Paese bisogna però aspettare metà dicembre, quando ci sarà “un’importante conferenza stampa con i figli”. Gli americani, e con essi il sistema che gli amministra, saranno pure un coacervo di contraddizioni, ma sui fondamentali sono ancora un passo avanti. Soprattutto a noi. Negli States una rigorosa legislazione impedisce la possibilità di conflitti d’interesse, nonostante i due principali partiti subiscano condizionamenti da parte di lobby, capaci di cambiare le sorti di dibattiti parlamentari, iter legislativi e campagne elettorali.

Gli altri esempi – Si cita l’America perché c’è di mezzo Trump, ma l’Italia avrebbe da imparare anche solo da alcune legislazioni di altri Paesi dell’Unione Europea. In Spagna l’articolo 98 della Costituzione vieta ai membri del governo l’esercizio di altre funzioni amministrative al di fuori di quelle proprie del mandato parlamentare, e anche lì esiste una sorta di blind trust. In Austria la Costituzione pone dei limiti al presidente, ai ministri, ai segretari di Stato federali e ai membri di governo locali, mentre una legge del 1983 vieta l’esercizio di attività a scopo di lucro e l’obbligo di comunicare tali attività a un comitato per le incompatibilità e la decadenza del mandato per coloro che abusano della loro posizione a fini di lucro. Nel Regno Unito, pur non essendoci un’apposita normativa, è prassi consolidata che ai parlamentari non sia consentito favorire i propri interessi privati durante le discussioni politiche, e spetta alla Camera dei Comuni dettare le regole.  Il problema siamo noi. Che siamo alla legge Frattini: fatta da Berlusconi.