Ecco come si ammazza la meritocrazia. In molti ministeri non si fanno concorsi dagli anni Novanta

di Valeria di Corrado
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di Valeria Di Corrado

Un Paese paralizzato, in cui la parola “meritocrazia” non è di casa. I concorsi pubblici in Italia sono ormai mosche bianche per pochi fortunati. Un terno all’otto che tanti, tantissimi ambiscono a vincere. Ma ai quali lo Stato non dà nemmeno la possibilità di partecipare. Ci sono interi ministeri in cui le porte di entrata sono sbarrate ai giovani. Si esce, ma non si entra, se non attraverso la solita raccomandazione. La laurea, i corsi di specializzazione, gli stage all’estero, la conoscenza delle lingue, non servono a nulla. Perché tanto non si fanno selezioni per assumere nuovo personale di cui, in molti uffici, ci sarebbe grande bisogno.
Nella polizia di Stato l’ultimo concorso per agenti aperto alla vita civile risale al 1996. I poliziotti ormai provengono dal servizio militare e sono volontari in ferma breve e in ferma prefissata. Questo vuol dire essenzialmente due cose: sempre meno donne in polizia (attualmente solo il 12% degli agenti) e personale che arriva già “vecchio” dopo la leva. “Sono anni che chiediamo un concorso pubblico per i civili – spiega Daniele Tissone, segretario nazionale Silp-Cgil – Anche perché attualmente gli agenti sono in sottorganico di 7 mila unità. Per ogni tre persone che se ne vanno, ne entra una. E ormai l’età media è arrivata a 40 anni”. Lo stesso discorso vale per gli ispettori e i periti tecnici, gli ultimi concorsi risalgono rispettivamente al 1998 e al 2000. Solo i commissari di polizia riescono ad avere il giusto ricambio con 100 posti banditi annualmente.
Anche nella polizia penitenziaria il personale arriva dall’esercito. Il concorso da ispettori è stato fatto nel 2003 ma, a seguito di un contenzioso giudiziario, è ancora bloccato. Vengono istituite nuove carceri senza che sia assicurato il turn-over. La carenza di organico nell’intero settore si attesta sulle 8 mila unità. Basti pensare che il rapporto di educatori-detenuti è di 1/70. L’ultima selezione per questo profilo professionale risale al 2006. Le cose non vanno meglio ai Vigili del Fuoco. Per il personale amministrativo sono anni che non si fa un reclutamento, mentre per gli operativi è stato necessario riaprire le graduatorie del 2007-2008. Chi è davvero alla canna del gas, però, è la giustizia. Si è persa traccia nella memoria dei concorsi per cancellieri nei tribunali (2001) o degli ufficiali giudiziari (2004). Mancano all’appello 6.000 dipendenti e quest’anno, con i pensionamenti, il numero è destinato a crescere di altre 3 mila unità. L’età media al ministero di via Arenula (unico esentato dalla spending review) è 55 anni e il dipendente più giovane ne ha 42. Per fare fronte alle esigenze d’ufficio si ricorre a tirocinanti in cassa integrazione o al gettone di presenza per carabinieri e finanzieri. Nei distretti giudiziari di Milano e Venezia, lo scoperto tocca il 30%. Nemmeno i minori fanno eccezione. In alcune città come Roma e Napoli c’è un assistente sociale del Tribunale minorile ogni 50 ragazzi. L’ultimo concorso per questa figura professionale risale, infatti, al 2003. Nel settore della giustizia si salvano solo i notai, per i quali viene assicurata una selezione all’anno. Mentre il concorso in magistratura è diventato una “lotteria” con 300 posti messi a bando ogni 2 anni per circa 5 mila aspiranti.
Al Ministero del Lavoro gli amministrativi non esistono più, saranno 15 anni almeno che non si fa una selezione. Per mandare avanti la macchina burocratica si è costretti a ricorrere agli ispettori del lavoro. Così facendo, però, si lascia sguarnito un settore strategico come il controllo nei cantieri. Alla Difesa, invece, l’area più in sofferenza è quella degli arsenali e dei poli di mantenimento che garantiscono la manutenzione dei mezzi militari. Sono gli unici stabilimenti industriali pubblici rimasti in Italia e ora il rischio è che gli artigiani che ci lavorano (età media 50 anni) non possano trasmettere il know-how ai giovani. Al Ministero degli Esteri gli unici che hanno diritto a fare concorsi sono i diplomatici, non soggetti ai limiti del turn over. La piramide è stata rovesciata: ci sono ben mille dirigenti a fronte di 3.500 impiegati. La metà di questi lavora in 400 sedi dislocate nel mondo. In Tunisia, ad esempio, ci sono solo tre impiegati che si occupano del rilascio di visti. È ovvio poi che il servizio degli italiani all’estero venga percepito come insoddisfacente. E la paralisi delle assunzioni significa anche più spese per lo Stato. I Beni culturali, infatti, sono costretti ad affidarsi a imprese esterne per le attività di scavo e restauro. Nel frattempo il personale interno va in pensione senza speranza che, per i prossimi 4 anni, venga rimpiazzato da nuove leve.

Alla Rai dopo la lottizzazione, la raccomandazione

La regola di una volta era: uno democristiano, uno socialista, uno comunista e uno bravo. Quella di oggi potrebbe essere: basta che sei raccomandato. In Rai i concorsi per i giornalisti restano un’utopia. Una selezione per le sedi regionali era stata finalmente bandita a 2010. Ma è naufragata nel nulla. E il pensiero non può non volare al passato. Con la riforma del 1975 e il passaggio del servizio pubblico dal controllo del governo a quello parlamentare, la Rai divenne terra di conquista dei politici. Partì una vera e propria “lottizzazione” (termine coniato dal giornalista Alberto Ronchey). Per entrare nell’azienda i giornalisti dovevano essere “portati” da un politico. Nella spartizione delle tre reti televisive, la Democrazia Cristiana si accaparrò Rai 1, il Partito socialista Rai 2 e il Partito Comunista Rai 3. Si ricreò in tv una sorta di piccolo parlamento, che rispecchiava in pieno il peso dei partiti dell’arco costituzionale.
A giugno 2010 sulla home page del sito della Radio Televisione Italiana era apparso il messaggio: “Giornalisti cercasi”. L’azienda pubblicizzava così un reclutamento riservato a tutti i giovani cronisti professionisti “da utilizzare per future esigenze, con contratti di lavoro subordinato a tempo determinato, in qualità di redattore ordinario”. Un annuncio da non crederci per l’esercito di precari della tv. Circa 1.500 under 36 si iscrissero al bando, che scadeva il 30 settembre, con la speranza di vedere realizzato il sogno di una vita. E magari avere una carriera fortunata come quella di Piero Angela, Enzo Tortora o Bruno Vespa (entrati in Rai con uno storico concorso). Peccato però che quella tanto attesa selezione non c’è mai stata. Le prove scritte si sarebbero dovute svolgere il 15 ottobre, ma un ricorso al Tar da parte di alcuni “esclusi” bloccò tutto. Per partecipare il candidato doveva avere meno di 36 anni, essere laureato con il voto di 110 ed essere iscritto all’albo dei professionisti. I prescelti sarebbero andati a lavorare nella redazione “coincidente con la propria regione o provincia autonoma di residenza”. Le regioni c’erano tutte, dalla Valle d’Aosta alla Sicilia, tranne il Lazio. L’azienda giustificò al sindacato Usigrai questa eccezione così: “Nel condividere l’obiettivo di adottare procedure trasparenti, si comunica che il reperimento non riguarderà la redazione regionale del Lazio. Dove eventuali esigenze di personale potranno essere soddisfatte mediante il ricorso a tutte le risorse già utilizzate a tempo determinato a Roma”.
La decisione lasciò interdetti i giornalisti residenti nel Lazio, che non solo non potevano concorrere alla selezione nella propria regione, ma nemmeno nelle altre. Per questo alcuni di loro decisero di fare ricorso al Tar, invocando gli articolo 3, 4 e 120 della Costituzione. La situazione si chiarì il 21 ottobre. Il Tribunale amministrativo respinse “la domanda di sospensione dei provvedimenti impugnati” perché si dichiarò non competente. La palla passò al Consiglio di Stato che bloccò il concorso. Trascorrono i mesi e la Cassazione chiarisce che non spetta alla giustizia amministrativa decidere della questione. Nel frattempo però quei posti vacanti sono stati occupati (dicono dalla Rai) dagli idonei della scuola di giornalismo di Perugia. E (lo diciamo noi) da alcuni precari interni entrati in azienda per altri canali. Magari come programmisti, registi o montatori pagati a metà prezzo. Fin quando non fanno causa, vincono, e si ritrovano un posto fisso.
Ma perché non si è più fatta una selezione aperta a tutti dopo aver risolto i problemi giudiziari? “Chi nel 2010 aveva i requisiti per iscriversi al bando potrebbe non averli più – spiega il segretario generale Usigrai Vittorio Di Trapani – Quando il Consiglio di Stato ha bloccato la selezione abbiamo cercato di reperire il personale attraverso procedure interne”. Insomma i cancelli di Saxa Rubra continuano a restare chiusi ai più. Anche se il direttore generale della Rai Luigi Gubitosi ha assicurato che la conclusione del piano di 600 pensionamenti “consentirà di tornare ad assumere giovani giornalisti e di preparare la possibilità di concorsi che non si fanno da molti anni”. L’ultimo che si ricordi è quello del 2008, bandito per arruolare cronisti nella trasmissione “Buongiorno regione”. La speranza è che la Rai un giorno si risvegli finalmente aperta a tutti, senza figli e figliastri, raccomandati o amici degli amici.

L’esercito dei vincitori senza un posto di lavoro

Sono un po’ come dei re senza trono. Hanno vinto un concorso, acquisito il diritto ad essere assunti, ma le pubbliche amministrazioni si sono dimenticati di loro. È un vero e proprio esercito fatto di oltre 100 mila persone, con le più svariate qualifiche, che nel frattempo, per tirare avanti, sono costrette a cercare un’occupazione alternativa. Il problema coinvolge tutte le amministrazioni dello Stato, dai Ministeri, passando per i grandi enti pubblici, fino al più piccolo dei comuni italiani, come quello di Boves.
In Sicilia 97 restauratori attendono dal 2000 di essere chiamati a ricoprire un posto che si sono guadagnati dopo aver superato una rigida selezione alla quale hanno partecipato 10 mila candidati. Hanno aspettato 11 anni per vedere pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale la graduatoria. Una gioia a metà, perché nello stesso momento hanno scoperto che, a causa di una legge regionale, quella graduatoria era scaduta. E pensare che in Sicilia al momento ci sono solo 3-4 restauratori alle dipendenze della Regione. Per tutte le attività di manutenzione di opere d’arte e reperti archeologici si è obbligati a ricorrere ad aziende private, con costi lievitati del 50%. Uno spreco di risorse, a fronte di altre professionalità letteralmente a spasso. “Tutti ci hanno detto che era un’ingiustizia ma nessuno si è mosso per aiutarci – racconta sconfortata Stefania Occhipinti, una delle vincitrici del concorso – Non è concepibile che dopo 11 anni venga pubblicata una graduatoria definitiva. E solo dopo svariati ricorsi alla giustizia amministrativa. Sabato lo diremo a gran voce in una manifestazione che abbiamo organizzato al Teatro greco di Siracusa”.
Ma i casi sono tantissimi. C’è quello, per esempio, dei vincitori dei concorsi dell’Ice, l’istituto per il commercio estero. Hanno passato le prove e nel frattempo l’ente è stato abolito. Poi l’Ice è stato riformato dal Governo Monti sotto forma di agenzia, ma di quei concorsisti ne sono stati assunti soltanto 9 su 107. Nella stessa situazione si trovano anche 39 psicologi penitenziari vincitori del concorso bandito nel 2004 dal Ministero della Giustizia. Prima il blocco delle assunzioni, poi il trasferimento della medicina penitenziaria alle Asl. Una sorte simile è toccata agli amministrativi dell’Inail. Dopo una selezione durata tre anni, dal 2007 al 2010, solo 95 su 404 vincitori hanno avuto il posto di lavoro che gli spettava. “Nel frattempo sono stato costretto ad accettare un part time al comune di Sessa Cilento, in provincia di Salerno – spiega Marco Claudio Di Buono, nel gruppo dei vincitori – In Italia le cose temporanee diventano definitive. Illudono la gente con la prospettiva di un posto fisso. Lo Stato non può continuare a prendere in giro i cittadini, gente che ha studiato per anni”. Il comitato XXVIII ottobre si batte da anni per chidere lo sblocco delle assunzioni. “I vincitori di concorso hanno acquisito un diritto a lavorare nella Pubblica Amministrazione sancito dall’articolo 97 della Costituzione – precisa Alessio Mercanti, portavoce del comitato – Chiedono il riconoscimento di quanto ottenuto a fronte di enormi sacrifici, sia personali che economici”.
A paralizzare l’intera pubblica amministrazione è il blocco del turn over. Dal 2010 fino al 2014 soltanto il 20% dei dipendenti che va in pensione può essere sostituito da nuovi assunti (con l’eccezione del Corpo di Polizia e dei Vigili del Fuoco). A questa paralisi si somma la spending review voluta da Mario Monti. In alcuni enti pubblici per i quali erano stati banditi concorsi ci si è ritrovati ad avere personale in esubero da smaltire. Il solito cortocircuito di politici miopi che sembra tutto abbiano a cuore tranne che l’interesse dei cittadini.