Ecco il Piano a Cinque Stelle sulla rete Telecom, firmato da Di Maio, Fico, Bonafede e Toninelli. Che dopotutto non dispiace a Berlusconi

di Stefano Sansonetti
Economia Senza categoria

di Stefano Sansonetti

Dalla rete Telecom alla questione Mediaset, c’è un piano dei Cinque Stelle che dopo tutto potrebbe non dispiacere a Silvio Berlusconi. E potrebbe “fluidificare” il processo di costituzione di un Governo tra centrodestra e pentastellati, il cui percorso in ogni caso è appena cominciato e non è affatto scontato. Una delle grandi partite economico-industriali del Paese è il destino della rete in rame e in fibra detenuta da Telecom, che ora si chiama Tim. Cosa vogliono fare di questo asset i due partiti usciti “vincitori” dalle elezioni, ossia Movimento 5 Stelle e Lega? Una risposta molto articolata al quesito è stata affidata dai pentastellati a una mozione depositata alla Camera nella scorsa legislatura. L’atto, datato 24 giugno 2014, non è recentissimo, ma è comunque molto rilevante, al punto da essere stato firmato da tutti i big del partito ancora oggi in pista, da Luigi Di Maio al neo presidente della Camera Roberto Fico, da Alfonso Bonafede al nuovo capogruppo in pectore al Senato Danilo Toninelli.

DETTAGLI. Nel documento si definiva “necessario e urgente lo scorporo, ovvero la separazione societaria dell’infrastruttura della rete mediante la costituzione di una società a maggioranza pubblica”. Nella nuova società, proseguivano i grillini, bisognerebbe consentire “l’ingresso anche di privati, favorendo un modello di governance di tipo public company”. Il tutto, concludeva la mozione, “anche attraverso l’integrazione degli assetti in fibra ottica e rame già di proprietà di enti locali, enti governativi e partecipate”. Insomma, per chi lo vuole leggere un progetto a Cinque Stelle c’è già e si inserisce appieno nel dibattito di queste settimane. Che il tema sia prioritario per Berlusconi è dimostrato dal fatto che prima azionista di Telecom è la francese Vivendi (al 23,9%), dietro alla quale si agita il “nemico” Vincent Bolloré. Lo stesso Bolloré che, sempre tramite Vivendi, detiene anche il 25,7% di Mediaset, con la quale sta litigando in una causa miliardaria per il mancato acquisto della pay tv di Mediaset Premium. Ora, in molti sostengono che per sistemare Mediaset Berlusconi punterebbe a metterla nelle braccia di Tim, realizzando quella convergenza Tlc-Tv di cui si parla da anni. E lo scorporo della rete Tim potrebbe essere un importantissimo tassello dell’operazione. Naturalmente partita chiama partita. Se davvero passasse il piano di una societarizzazione della rete, affidata a un veicolo a maggioranza pubblica, potrebbe tornare in auge l’idea di una fusione tra questo e Open Fiber, la società controllata dalla pubblica Cassa Depositi e Prestiti e dall’Enel (comunque a partecipazione pubblica) per lo sviluppo della banda larga. Oppure la Cassa potrebbe essere coinvolta in prima battuta da sola, per poi studiare successive alleanze. E’ appena il caso di ricordare che la Cdp ha un Consiglio che deve essere rinnovato nel 2018 e che pertanto costituirà uno dei primi banchi di prova per la nuova compagine governativa, soprattutto nell’ottica della partita sulla rete.

IL CONTESTO. Certo, prima di ogni ragionamento bisognerà aspettare il 4 maggio, data dell’assemblea in cui gli azionisti Tim dovranno ricostituire ex novo il Consiglio di amministrazione, dopo le schermaglie dei giorni scorsi tra il fondo americano Elliott, che aveva chiesto la sostituzione dei consiglieri espressione di Vivendi, e la reazione dell’azionista francese, che ha fatto dimettere la maggioranza dei consiglieri rinviando così la prova di forza al 4 maggio (in quella data difficilmente si sarà insediato il nuovo Governo). Anche qui è appena il caso di ricordare la “vicinanza” tra Elliott, azionista di Tim con circa il 5%, e la galassia Berlusconi, visto che proprio il fondo americano ha messo a disposizione della cordata cinese i soldi necessari all’acquisto (finora non molto fortunato) del Milan. La Lega, dal canto suo, con una dichiarazione di Matteo Salvini risalente al mese scorso, si è detta favorevole a una scorporo della rete Tim in direzione della difesa dell’interesse nazionale. Insomma, chissà che su questo delicatissimo passaggio non possa esserci una convergenza giallo-verde-azzurra.

GLI ALTRI NODI DI SILVIO. Tra la seconda parte del 2018 e il 2019, infine, Berlusconi si giocherà una bella fetta di futuro delle sue aziende. In ballo non c’è solo la partita con i francesi di Vivendi, come detto azionisti pesanti di Telecom e Mediaset. Nel 2019, ma con una possibile finestra aperta sul 2018, andrà a scadenza anche il patto di sindacato di Mediobanca, dove lo stesso Berlusconi, per il tramite delle partecipazioni in Mediolanum e Fininvest, e il “nemico” Vincent Bolloré, attraverso la holding Financière di Perguet, sono attori rilevanti dell’accordo che controlla il 29% del capitale . Ora, lo stesso patto di sindacato ha una durata prevista fino al 31 dicembre del 2019. Ma ciascun partecipante, hanno stabilito le parti, può dare una disdetta anticipata con effetto dal 31 dicembre del 2018, comunicandola entro il 30 settembre dello stesso anno. Altra partita fondamentale del 2019 è il rinnovo dell’Agcom, Autorità garante della Comunicazioni, struttura strategica per mettere a fuoco gli sviluppi dei settori Tlc e Tv. Qui dal 2012, quindi dai tempi del Governo di Mario Monti, è in carica un collegio guidato da Angelo Marcello Cardani. Nel 2019, appunto, bisognerà individuare i nuovi componenti dell’organo. E c’è da giurare che Berlusconi & Co. guarderanno alla partita con grande interesse.