Bonafede tra giudici e politica

di Gaetano Pedullà

Buone notizie dal fronte Italia. Non allarmatevi, non abbiamo perso la ragione (speriamo) e vediamo bene l’economia in frenata, un numero mai visto di poveri, i migranti che neppure l’Europa sa più dove mettere e questo Paese talmente stanco da non aspettare altro che di andare in vacanza. Ma in un tale contesto, ieri si è aperta la strada a una di quelle riforme a costo zero con cui la fiducia, gli investimenti, il lavoro e tanto altro possono ripartire davvero. A lanciare il sasso nello stagno nello stagno è stato il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, che al Csm – cioè nella tana del lupo – ha annunciato una norma tanto di buon senso da non essere mai stata adottata prima: i giudici sono liberi di candidarsi alle elezioni ma poi, una volta concluso l’incarico politico, non possono più indossare la stessa toga. Questa novità, che a qualcuno può sembrare di poco conto, in realtà è il primo passo per ricostituire un terreno di fiducia e collaborazione tra due poteri dello Stato che da troppi anni fanno a cazzotti, col risultato di alimentare un clima di diffidenza verso l’imparzialità, l’autonomia e la terzietà della magistratura, frenare le riforme strutturali e rappresentare anche all’estero un pericolo per chi vuole investire in Italia, vista la paura che fanno i giudici e l’inefficacia delle promesse che fanno i politici. Ora ovviamente tra il dire e il fare Bonafede troverà mille ostacoli. Anche perché la toga non dovrebbe rimetterla neppure il magistrato che si è candidato in politica e non è stato eletto. Ma una strada è indicata. E visto quant’è scivoloso questo terreno, non è poco.

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