Camere senza vista sulle élite

di Gaetano Pedullà

I Cinque Stelle hanno dovuto cambiare pelle per aprire le liste ai candidati nella cosiddetta società civile e al mondo delle professioni. Uno sforzo che porterà in Parlamento un po’ di competenza oltre alla fedeltà assoluta imposta dai capibastone di tutti gli altri partiti. Perché diciamola tutta: la selezione della classe politica alla quale abbiamo appena assistito è il più grande spot di sempre al leccaculismo italico. Alla faccia della rottamazione promessa da Renzi, nelle fila del Pd non c’è un solo giovane in corsa con qualche possibilità, mentre i notabili si sono tutelati con paracadute e trasferte da un angolo all’altro del Paese. Nel Centrodestra la musica non cambia e soprattutto in Forza Italia è stridente la rarità di grandi docenti universitari e tecnici, lasciati in panchina per far posto alla grande cerchia di Arcore. Senza i Frattini, Masi, Valducci, Catricalà, giusto per citarne alcuni, sarà interessante vedere chi farà decollare le commissioni parlamentari o i ministeri economici semmai la coalizione del Cavaliere andrà al governo del Paese. Il passo indietro fatto dai leader delle associazioni d’impresa e grandi manager – un tempo pazientemente in fila per entrare a far parte della casta di deputati e senatori che precedentemente in silenzio magari disprezzavano – fa pensare a una perdita di stima delle élite verso le nostre Camere, dove entra chi bacia meglio la pantofola giusta. E se il segnale che arriva dalle massime istituzioni è questa non meravigliamoci nel vedere la deriva in cui andiamo.

 

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Quanto conta il partito di Mattarella

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Comunque la si guardi, la battaglia in corso su Telecom dimostra che le regole del mercato economico in Italia funzionano poco, possono essere estese o ritirate come il mantice di una fisarmonica, e alla fine quello che conta non è il merito delle imprese ma le scelte della politica. Non siamo ai tempi del fallimentare…

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Di Maio e Salvini, un gallo è di troppo nel pollaio

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