Che lavoro sporco in Libia

di Gaetano Pedullà

Le ultime immagini dall’inferno arrivano con un video diffuso dalla Cnn. I migranti intrappolati in Libia vengono venduti all’asta, moderni schiavi a cui noi italiani brava gente abbiamo messo le catene. Le politiche decise dal nostro Paese, sia chiaro con la benedizione dell’Europa, stanno provocando un immenso crimine contro l’umanità. Questo giornale lo scrive da tempo, e proprio ieri – prima che anche l’Onu ci puntasse il dito contro – abbiamo denunciato un orrore del quale non possiamo più far finta di niente. Gli accordi presi tra il nostro Governo, e il ministro Minniti in particolare, e le comunità locali libiche, cioè i potenti capi tribù, hanno fatto diminuire gli sbarchi ma a un prezzo di cui dobbiamo vergognarci. Mentre i precedenti patti con i traballanti leader a Tripoli e Bengasi non servivano a niente, le intese con i Ras territoriali hanno colpito nel segno, facendo diminuire drasticamente le partenze. Quello che non si è detto è che questo modello ha di fatto “autorizzato” i capi tribù a sguinzagliare sulla terra ferma i mercanti di uomini, bande armate che sequestrano i migranti già mentre entrano in Libia dai confini con il Niger, il Ciad e il Sudan. Molti di questi disperati finiscono torturati e uccisi, altri marciscono in lager disumani nella speranza che le famiglie paghino un riscatto. Di questo genocidio abbiamo la responsabilità, ma anche il diritto di gridare alle Nazioni Unite che l’Italia non vuol fare un lavoro così sporco, e che all’Onu insieme a denunciare tocca intervenire per fermare una tale tragedia.

 

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