Così l’Ue non ci porta lontano

di Gaetano Pedullà

di Gaetano Pedullà

La risposta più chiara l’ha data il mercato: avesse creduto davvero che Juncker sbloccava 315 miliardi ieri le Borse quanto meno sarebbero schizzate. Non è accaduto invece nulla di tutto questo, e non solo perché il piano della Commissione si sta rivelando enormemente più modesto, fermandosi a sedici miliardi più altri cinque provenienti dalla Banca europea degli investimenti. Si punterà in sostanza sull’effetto leva, utilizzando queste somme per attivare un multiplo di risorse nazionali e private (fino a 15 volte nella fin troppo ottimistica previsione Ue). Il punto debole è dunque questo: l’eterna incertezza tra Stato e libero mercato. Il nostro ministro del Tesoro, Pier Carlo Padoan, l’ha messa in termini di collaborazione virtuosa. Si mobilitano risorse pubbliche per rilanciare gli investimenti privati. Più esplicitamente, “di fronte al fallimento del mercato c’è bisogno di un’azione pubblica”. Un concetto che fa a pugni con l’evidenza dei fatti: la crisi che ha messo in ginocchio l’Europa è la crisi del debito pubblico, mica di quello dei privati, che semmai sono stati trascinati nel baratro da vari fattori. A trascinare sul baratro l’economia è stata infatti una insostenibile pressione fiscale, il blocco delle commesse pubbliche, il mancato pagamento delle forniture da parte delle pubbliche amministrazioni e il controllo politico sulla moneta, attraverso la soppressione dei trattati che obbligano la Bce a difendere l’Europa e non solo alcuni Paesi, senza in ogni caso restare inerte di fronte a un decadiemnto del quadro generale tale da farci cadere in deflazione. Tutte condizioni che dunque hanno fatto fallire il mercato non per colpa del mercato stesso, ma per un pubblico che ha sprecato e soprattutto ha dato dimostrazione di non saper spendere neppure le risorse disponibili.

RISORSE VIRTUALI
Naturale quindi avere più di qualche perplessità sulla capacità di utilizzare le risorse virtuali che questa Europa ci vuol far credere di possedere. Se l’annuncio è servito ai politici per riempirsi la bocca di slogan – del tipo: abbiamo lasciato alle spalle l’austerità – di fatto la Commissione ha usato esattamente uno di quei tecnicismi che solo ventiquattrore prima il Papa proprio a Strasburgo aveva chiesto con voce ferma di superare. E al dunque, non solo non avremo le risorse per uscire dalla crisi, ma si sta tornando a insinuare una cultura pubblicistica che ha perso ogni appuntamento con la storia.

BILANCI IN ROSSO
Se la situazione è drammatica e dunque nell’emergenza ha senso scorporare gli investimenti dal debito sovrano, non si può dimenticare che l’economia europea (e italiana in particolare) è morta di troppo Stato. I buchi di bilancio lasciati dai conglomerati industriali pubblici ce li porteremo dietro per decenni. Quando la ricetta sarebbe semplice – detassare gli investimenti privati, fornire garanzie burocratiche e certezza del diritto alle imprese – si ripercorrono strade antiche che hanno sempre dimostrato di non spuntare da nessuna parte. Lo Stato che paga, che controlla, che si fa carico di ogni spesa fuori luogo diventa così l’idea di fondo di un’Europa che arriva all’assurdo di condannare l’Italia ad assumere in una botta sola 250 mila insegnanti precari. La nostra scuola – il più grande stipendificio del Paese – zavorrata da un’altra infornata di personale che i conti pubblici non si possono permettere. Con idee così vecchie e confuse è difficile quindi essere ottimisti e se la Banca centrale – l’unico player che può ancora salvare le cose – non si toglie di dosso la camicia di forza germanocentrica e si mette a stampare bilioni, presto o tardi l’unica alternativa per non morire sarà quella di uscire dall’Eurozona. Una corsia verso la quale Juncker, Merkel & C. ci stanno portando giorno dopo giorno.

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