I nostri soldati segretamente impegnati in Libia. Armiamoci e partite. Come al solito

di Gaetano Pedullà

La nostra Costituzione, finché non la cambiano – e su questo punto non la cambiano – dice che l’Italia ripudia la guerra. Il minimo sindacale in un Paese democratico impone che a decidere un intervento militare debba essere il Parlamento – cioè i rappresentanti dei cittadini – e non il solo Governo.

Poi però scopriamo che come al solito all’italiana i nostri soldati sono segretamente impegnati in Libia contro l’Isis al fianco delle truppe di Tripoli. Ora è chiaro che le guerre moderne non si combattono consegnando le dichiarazioni agli ambasciatori. Ed è altrettanto chiaro che l’azione italiana rientra in una strategia internazionale contro il Califfato, dove però fare troppa grancassa significa sventolare un panno rosso davanti al toro del terrorismo. Quindi la riservatezza con cui sono stati impiegati i nostri reparti speciali è comprensibile. Ma qui si è messo il Paese di fronte a un fatto compiuto. Un fatto che per la violenza del progetto jihadista è pure giusto, ma che doveva essere deciso da chi è stato eletto per rappresentare gli italiani, anche per le conseguenze che ne derivano. Con la logica dell’armiamoci e partite abbiamo già dato.

 

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