Il Paese dei conflitti d’interessi

di Gaetano Pedullà

A che servono le autorità di controllo su ogni briciola di mercato se poi gli enormi conflitti d’interessi restano beatamente al sole? La questione diventa clamorosa con la nomina del nuovo capo azienda delle assicurazioni Generali. Per i non addetti alle vicende economiche il fatto può apparire banale. Ma non è così. Il nuovo amministratore della compagnia di Trieste – gruppo, per capirci, che gestisce 480 miliardi di attivi, quanto un terzo del Pil italiano – sarà il francese Philippe Donnet, spinto dall’azionista pure questo francese Vincent Bollorè. Quest’ultimo è azionista forte di Mediobanca, che a sua volta è primo azionista delle Generali. E per non farsi mancare niente, sempre Bollorè attraverso Vivendi è oggi il vero controllore dei telefoni Tim. Un crocevia unico, insomma, per alcuni dei pezzi più pregiati del capitalismo italiano. Dai tempi di Salvatore Ligresti – detto mister cinque per cento per la quota con cui controllava una ragnatela di partecipate – questo Paese avrebbe dovuto imparare qualcosa su conflitti d’interesse e concentrazioni di mercato. Evidentemente però ci manca ancora una lezione in lingua francese.

 

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