Informazione mai tanto in ostaggio

di Gaetano Pedullà

Queste sì che sono soddisfazioni. L’Italia guadagna 25 posizioni nella classifica più farlocca del pianeta: sulla libertà di stampa siamo passati dal 77 al 52esimo posto. Un balzo in avanti che già da solo la dice lunga su come è compilata questa graduatoria. E d’altra parte chi può battere i giornalisti sul terreno delle fake news? Quindi, l’anno scorso stavamo in stretta compagnia di Paesi asiatici e africani che non brillano certo per trasparenza e circolazione del pensiero. Quest’anno invece non siamo ancora ai livelli di Norvegia e Svezia, dove evidentemente vivono degli ingenui per cui i giornali restano il cane da guardia della democrazia, ma approdiamo su livelli più dignitosi grazie al fatto che un po’ di giornalisti, compreso chi ha realizzato l’inchiesta sui misteri in Vaticano, l’ha scampata al processo. Proprio così, avete letto bene: i cronisti non sono stati liberi di fare il loro lavoro, ma si sono salvati dopo essere finiti in tribunale, rischiando pene pesantissime e affrontando costi economici e di stress rilevantissimi. Quindi ci facesse il piacere chi ha festeggiato la classifica e si vada a nascondere con i geni di Reporter senza frontiere.

Reporter che ci avrebbero dato anche un voto migliore se non fosse per quel despota di Beppe Grillo che ciclicamente mette all’indice i singoli giornalisti ostili al suo Movimento. Sia chiaro: Grillo non fa una cosa buona prendendosela sul suo blog con i giornalisti che criticano i Cinque Stelle piuttosto che rispondendo sull’oggetto delle contestazioni stesse, ma tra un leader politico che esprime le sue opinioni e un sistema dove dilagano mille meccanismi di censura Beppe nostro è davvero l’ultimo dei problemi. Facciamo uno sforzo di onestà e accantoniamo per un attimo lo stile tutto italiano di dividerci in curve degli ultras, in eterni Montecchi e Capuleti, e tralasciando che ci piacciano o no i Cinque Stelle, osserviamo la realtà. La stragrande maggioranza dei giornali è di proprietà di editori impuri, cioè persone o imprese che di mestiere fanno altro (banche, costruzioni, sanità, ecc.) e usano la stampa come una clava per difendere i loro interessi principali. Molti giornali ricevono contributi pubblici e diversi sono organi ufficiali dei partiti politici. Se solo si esce dal seminato dei temi dettati quotidianamente dall’agenda della sacra Ansa (la principale agenzia di stampa, naturalmente molto “istituzionale”) e si pubblicano inchieste, ecco che il fuoco di sbarramento è fenomenale. La politica protesta, i potenti o i portatori degli interessi presi di mira insorgono (anche utilizzando i giornali o le tv di cui dispongono), le querele iniziano a volare e nei tribunali arrivano valanghe di nuovi processi da istruire. In un sistema che tutela il diritto di tutti all’onorabilità è sacrosanto per ogni cittadino potersi difendere da un reato come la diffamazione. Ma senza aprire un vaso di Pandora e limitandoci alla sola esperienza del quotidiano che state leggendo, arrivati al quinto anno di pubblicazione ne abbiamo viste davvero di tutti i colori.

Il vero bavaglio – Ci hanno querelato con argomentazioni che i giudici hanno riconosciuto infondate dalla Cgil a gruppi economici pubblici e privati. Cause o citazioni civili per centinaia di migliaia di euro, che in caso di accoglimento ci avrebbero fatto chiudere e mandare per strada i giornalisti. E non è finita qui, perché restano pendenti diversi altri processi, con questo giornale chiamato a risarcire incomprensibili danni da delinquenti riconosciuti tali con sentenze passate in giudicato, da grandi aziende pubbliche, persino da due delle tre giudici che condannarono Berlusconi per Ruby (signore mai citate per nome in un unico articolo sul caso e incuranti del fatto che quella sentenza fu successivamente riformata in Appello e annullata in Cassazione). Per non parlare delle continue minacce, almeno un paio al giorno, di avvocati e intermediari che pretendono la cancellazione degli articoli sgraditi sul sito online. In questo Vietnam, dove bisogna fare fronte a spese legali gravose ed è rara la generosità di avvocati che sposano sul serio la causa della libertà d’informazione, diamo conto perciò delle posizioni scalate nella classifica dei Reporter senza frontiere. Facendo il favore di mettere l’anima in pace a chi dovrebbe aiutare davvero i giornali ad essere liberi, e cioè quella politica che non affronta il problema, ben felice di tenere sotto scacco una stampa che è meglio se non rompe troppo le scatole.

 

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