La guerra tra imprese e Di Maio

di Gaetano Pedullà

Il ministro Di Maio e la Confindustria si menano come fabbri. Nulla di imprevedibile: tra le tante cose che i Cinque Stelle hanno promesso di smontare ci sono i privilegi di cui anche gli imprenditori hanno goduto per decenni. Naturale quindi la reazione di chi non vuole perdere i vantaggi acquisiti in faticose trattative con i governi di ogni colore e spessore, talvolta blandendoli con fiumi di saliva sulle pagine del giornale di famiglia, il Sole 24Ore, altre volte con proclami minacciosi e in molti altri casi ancora con la solita provvidenziale manina che inseriva l’incentivo necessario nei provvedimenti giusti in Parlamento. Il nostro gigantesco debito pubblico non è frutto solo di politiche scriteriate e sprechi, ma dentro ci sono una miriade di regali confezionati ad hoc per le potenti lobby delle imprese. Per non parlare di tantissime leggi economiche fatte su misura o in concertazione con le parti sociali, a partire proprio dall’associazione di Viale dell’Astronomia, tanto brava a criticare quanto veloce ad assolversi per gli errori che ci hanno portato nel baratro in cui stiamo. Di tutto questo Di Maio è perfettamente informato e in grado di prendere una decisone: scendere a patti o tirare dritto, mantenendo fede all’impegno di cambiare profondamente questo Paese. È chiaro che la seconda strada non gli regalerà commenti entusiastici e titoli a sette colonne sui giornali (con le poche eccezioni di chi guarda ai fatti senza dover difendere interessi di sorta) ma è l’unica via per recuperare risorse e stravolgere un sistema che evidentemente non funziona.

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