La politica seppellita dalle sentenze

di Gaetano Pedullà

Ai magistrati mancava solo di decidere l’organizzazione dei partiti. L’assedio alla politica, occupando i vuoti legislativi e con inchieste molte volte tanto eclatanti quanto prive di elementi decisivi, ieri a Roma si è arricchito di un nuovo capitolo. Secondo un giudice il commissario Pd nominato dopo la caduta del sindaco Marino e l’inquinamento emerso con Mafia Capitale non doveva permettersi di azzerare gli organi del partito, ma rimettersi all’assemblea. Dopo aver visto tribunali che assegnano i bambini a coppie gay o che stabiliscono quali sono i nuovi diritti civili scavalcando il loro ruolo – che è quello di applicare le leggi e non di farne a loro discrezione – mettere bocca sulle faccende di casa dei partiti è la frontiera di una magistratura strabordante sul terreno della politica. Un’invasione di campo di cui – prima ancora dei giudici – hanno colpa i partiti zeppi di scheletri nell’armadio. Così uno scontro che in questo Paese va avanti da decenni scopre nuove vette inesplorate, compromettendo l’equilibrio tra i poteri e condizionando una politica che di tutto ha bisogno tranne che di essere ancora di più delegittimata e umiliata.

 

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Stipendi Rai, deroga disgustosa

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Una riforma elettorale repellente

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