Le lenti per vedere la morale. Se tra i casi Raggi e Siri non notate differenze non servono gli occhiali ma una cura seria di etica pubblica

di Gaetano Pedullà

Dopo due anni passati da imputata, la sentenza del processo a Virginia Raggi rivela che lei era la vittima e non l’autrice di un raggiro ordito dai fratelli Raffaele e Renato Marra, cioè i funzionari del Campidoglio che riteneva più vicini. Questo è quello che sta scritto nelle motivazioni del giudice che l’ha assolta, e che dovrebbe fare smettere una volta per tutte nel paragonare il caso della sindaca a quello di Siri, da ieri ex sottosegretario del Governo Conte.

Le due faccende stavano su piani diversi anche prima di conoscere i dettagli del giudizio sulla prima cittadina di Roma, reso noto solo ieri. L’esponente della Lega, così incollato alla poltrona da non sentire l’imbarazzo di farsi cacciare in Consiglio dei ministri, perde l’incarico per aver spinto un emendamento che riempiva di soldi pubblici le tasche di un privato. Il giudizio del premier è stato dunque politico e non giudiziario, valendo quella presunzione d’innocenza che di fronte all’ipotesi di reati come la corruzione dovrebbe comunque imporre il passo indietro di chi rappresenta lo Stato.

Se però si vuole ugualmente uno stesso calderone, pure sul piano giudiziario abbiamo di fronte una sindaca mai accusata di aver preso soldi e ora riconosciuta parte lesa di una macchinazione, con dall’altra parte un parlamentare a cui contestano di aver ricevuto denaro da un lobbista socio di un presunto finanziatore della mafia, e di aver comprato una palazzina con denaro riciclato. Se in queste due storie non vedete differenze, non servono gli occhiali, ma una cura seria di moralità e di etica pubblica.

 

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