L’elemosina dell’Ue serve a poco

di Gaetano Pedullà

Sentiremo oggi cosa dirà la Confindustria alla sua assemblea proprio a ridosso dei dati che certificano la più forte frenata del fatturato e degli ordinativi da agosto 2013. La messa cantata dei poteri sempre meno forti di questo Paese non è famosa per la capacità di autocritica della categoria, ma la solita tattica di pungolare il Governo a parole e poi mettersi a patti per sostenerlo non paga più.

Gli aiutini con i pochi spicci che ci lascia in tasca l’Europa hanno dimostrato ampiamente di non servire a nulla. Abbiamo un debito mostruoso e possiamo uscirne vivi solo mettendo nel sistema produttivo cento miliardi l’anno per almeno tre o cinque anni. Soldi che il Paese non ha e che solo l’Europa può permetterci di prendere a prestito garantendoci con gli Eurobond o qualche diavoleria similare. Se l’Unione ha un senso, questo è il dovere di una Comunità, che in cambio potrebbe pretendere – questo sì – un cartello di riforme serie. Cento miliardi per cento riforme diventerebbe così il manifesto di una vera politica espansiva. Altro che 80 euro. Un contentino che si sta rivelando una trappola anche per le imprese.

 

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