L’Europa delle lingue biforcute

di Gaetano Pedullà

Che lingua biforcuta che hanno questi zombie della Commissione europea. Un attimo prima minacciano l’Italia perché la Manovra economica non è sufficientemente punitiva, un momento dopo chiedono a tutti di abbassare i toni delle polemiche susseguenti e appena la situazione si placa gettano nuova benzina sul fuoco accusando il nostro Governo di non mantenere la parola. Roba da matti, soprattutto se si pensa all’effetto di questa tarantella sui mercati. Certo, nel caso di Juncker potrebbe trattarsi dell’effetto di qualche bicchiere di troppo. Ma nella sostanza stiamo assistendo a una partita dove in ballo non sono tanto i conti pubblici di Roma, quanto le munizioni con cui si andrà in primavera allo scontro della vita, quando torneremo alle urne per eleggere il Parlamento di Strasburgo. A differenza di tutte le altre tornate – ed è per questo che l’appuntamento è delicatissimo – stavolta a sfidarsi non saranno tra loro le tradizionali famiglie politiche (socialisti, popolari, ecc.) che alla fine un accordano lo trovano sempre, ma invece il blocco di tutta la vecchia politica da una parte e il fronte populista e sovranista dall’altra. Una semplificazione mai vista, provocata dagli effetti distorti di una globalizzazione pensata male e gestita peggio, col risultato di aver spalancato la forbice tra pochi ricchissimi e molti poverissimi. Uno scenario che ha fatto alzare ovunque un forte vento del cambiamento, di cui i vecchi poteri sono terrorizzati. Per questo lo stress è alle stelle e non c’è dubbio che Juncker e il sistema che rappresenta venderanno cara la pelle.

Commenti

  1. honhil

    Intanto, a proposito di lingue biforcute, a «Riace, i migranti si impuntano “Non vogliamo andarcene via”». A dimostrazione che c’è qualcosa che non va. Finora l’esperimento Riace è stato presentato come un miracolo economico e insieme un modello d’integrazione. Una città del Sole fatta di sangue e carne, insomma. Tommaso Campanella l’aveva così immaginata e descritta: «Sorge nell’alta campagna un colle, sopra il quale sta la maggior parte della città; ma arrivano i suoi giri molto spazio fuor delle radici del monte … dentro vi sono tutte l’arti, e l’inventori loro, e li diversi modi, come s’usano in diverse regioni del mondo.» E pure Domenico Lucano l’aveva rappresentata suppergiù allo stesso modo. E il mondo intero ci aveva creduto e applaudito.Tanto che il plagio era rimasto rincantucciato sullo sfondo intimorito da quei tanti riconoscimenti planetari. Del resto, chi ci aveva provato a dire la sua, era stato malamente zittito e seduta stante etichettato come razzista. Ma questo era ieri. Oggi, invece, si scopre che la chiusura del rubinetto dei sussidi statali, ‘cancella l’economia locale’. E questo vuol dire una cosa soltanto: l’esperimento Riace era tutto a carico della collettività. Un peso, dunque. Nient’altro che un peso. Uno dei tanti espedienti, di cui è ricco il catalogo di questa invasione chiamata accoglienza, per restare attaccati alle mammelle statali.Eppure, l’ex presidente della Camera Boldrini e tutti gli altri della compagnia di giro hanno gridato allo scandalo soltanto perché quella procura ha messo il naso nel trogolo per separare il grano dal loglio. Esattamente come aveva fatto Minniti molto, ma molto tempo prima.

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