L’ipocrisia della libera stampa

di Gaetano Pedullà

Non lo facciamo spesso, ma il trambusto di questi giorni su una certa faziosità dei giornalisti ci obbliga a parlare anche di noi, perché La Notizia è uno dei non molti quotidiani nazionali nati in questi anni di grande crisi della stampa e soprattutto di proprietà di un editore puro. I padroni delle pagine che avete in mano o del sito che state leggendo sono un piccolo gruppo di giornalisti, con il sostegno ampiamente minoritario di piccoli soci di capitale. La Notizia, come sa bene chi ci segue dal marzo 2013, è un giornale che non ha mai guardato in faccia nessuno, e nel suo sforzo di raccontare il Paese potete stare certi che non si è fatta tanti amici. Noi giornalisti che quasi sei anni fa lanciavamo questa avventura avevamo, come abbiamo ancora, una voglia matta di fare il nostro lavoro in libertà, senza sottostare a costrizioni o vincoli che inevitabilmente si pongono quando ci si vuole misurare con i grandi temi della politica, dell’economia, della giustizia e in una sola definizione: del futuro di un Paese. Vincoli che non sono quasi mai scritti, ma che nelle redazioni ci si auto costruisce per far carriera, per compiacere l’editore o talvolta solo per comodità e quieto vivere. Così è nata La Notizia, senza chiedere mai contributi pubblici, e tenendo come riferimento la nostra stella polare: fare un giornale coraggioso e riformista.
L’Italia siamo convinti che abbia bisogno di rinnovare profondamente una serie di pilastri che non reggono, ma che stanno al loro posto da sempre, per conformismo quando non per convenienza di chi ha tutto da guadagnare da uno Stato iniquo e fragile. Per questo abbiamo costruito questo giornale, sentendo il valore di poter raccontare liberamente, senza padrini e senza padroni, quello di cui ritenevamo importante informare i nostri lettori, ma anche la responsabilità di fare bene questo mestiere, proprio perché nel frastuono di tanti giornali e altri mezzi di informazione, sentivamo anche tanta distrazione verso pezzi del Paese e argomenti sensibili di cui parlavano pochissimi.
Farlo non è stato gratis. Abbiamo avuto tante porte chiuse in faccia, grandi gruppi industriali anche partecipati dallo Stato che ci hanno portato in tribunale, i nostri stessi colleghi giornalisti che ci hanmo cancellato dalle loro trasmissioni televisive, applicando una censura che non ha niente da invidiare all’editto bulgaro di Berlusconi o alle epurazioni renziane in Rai. Abbiamo faticato tra stipendi che arrivavano in ritardo e pressioni dei fornitori, difendendo sempre questa nostra voglia di libertà e di rispetto per i lettori. La nostra storia in tal senso è esemplare. Abbiamo detto bene di chiunque ogni volta che lo abbiamo ritenuto giusto, e male quando i fatti non corrispondevano più alle promesse politiche. Si chiama fare giornalismo, e abbiamo sempre provato a farlo con la schiena dritta. Questo è il motivo per cui oggi possiamo dire, probabilmente con più cognizione di causa di tanti altri, che la riflessione sulla correttezza e l’indipendenza della stampa in Italia è sacrosanta e necessaria. Un fatto, questo, che negli ambienti più avvertiti sanno tutti, e chi lo nega mente sapendo di mentire. Il putiferio innescato da Di Maio e Di Battista, forse anche per i toni alti e discutibili, è una sveglia alla quale è ipocrita rispondere con minuscole manifestazioni di giornalisti colpiti nell’onore, ma aprendo le menti e il cuore sul ruolo sociale e le condizioni con cui si può esercitare la professione in questo Paese. I giornali sono oggi la peggiore officina degli spiriti liberi che ci servono per rendere più consapevoli i lettori. La proposta di un tavolo di concertazione con editori e sindacato sull’equo compenso, avanzata da Di Maio, è fondamentale. Affidare a professionisti ridotti alla fame il compito di raccontare vicende delicate significa caricarli ipocritamente di un peso che non possono sostenere. E l’evidenza che alla fine non entra nei giornali chi ha la schiena dritta, ma chi crea meno problemi, è la tomba di una professione che offre sempre meno letture originali, appiattendosi su un mainstream che ovviamente interesserà molto agli editori, ma molto poco ai lettori.
Due settimane fa ho presieduto la giuria di un premio di giornalismo insieme al magistrato della Dda di Napoli Catello Maresca (quello che ha arrestato il capo dei Casalesi). Abbiamo premiato la giornalista maltese Daphne Caruana Galizia, ma il premio l’ha ritirato il marito, perché Daphne è saltata in aria con un’autobomba. Ecco, fare i giornalisti è anche questo: prendersi rischi enormi, per non parlare delle querele temerarie e delle pressioni del potere. La condizione è di rispettare tre principi: coraggio, responsabilità, onestà. Parlare di giornalismo dunque è importante, e nel nostro piccolo con La Notizia abbiamo dimostrato che di strade nuove e possibili ce ne sono. Sta a noi cercarle o chiudere gli occhi e protestare contro chi pone il problema, come hanno fatto i 5 Stelle. Ma chiudere gli occhi non è la regola migliore per chi fa il giornalista o comunque pensa di avere qualcosa da raccontare.

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