Lo spread e i suoi complici. L’Ue ci minaccia sui conti pubblici

di Gaetano Pedullà

Come volevasi dimostrare, in poche ore i mercati hanno bruciato un fetta della Manovra economica per l’intero 2019. Una reazione prevedibile e niente affatto definitiva, visto che gli indici azionari vanno a gonfie vele in tutto il mondo e già lunedì prossimo non è improbabile un rimbalzo dei titoli ieri decisamente penalizzati. Più complicata resta invece la faccenda dello spread, una delle più grandi truffe planetarie di sempre, su cui pesa anche l’esaurimento del quantitative easing, cioè il piano di immissione di liquidità monetaria della Banca centrale europea, con annesso acquisto di massicci stock del nostro debito pubblico. Per effetto di questo indice il Paese e il governo gialloverde possono farsi molto male, visto che l’anno prossimo dovremo rifinanziare buoni del Tesoro in scadenza per circa 450 miliardi. E l’effetto perverso si riverserebbe anche sui mutui e il credito bancario per famiglie e imprese. Dunque Di Maio e Salvini hanno sbagliato tutto? Niente affatto. La Manovra in sé inserisce elementi positivi di cui il nostro Paese ha assolutamente bisogno. Il contrasto alla povertà, un po’ di sostegno a chi cerca lavoro, la riduzione delle tasse e lo stop a una folle guerra tra generazioni, grazie al ricambio tra anziani che possono andare in pensione e i giovani che prenderanno il loro posto, sono elementi di civiltà di cui ci siamo inutilmente privati per anni. Ma guardiamoci attorno e rispondiamo con onestà: dopo tanti sacrifici e politiche di austerità, cosa abbiamo ottenuto?

Stiamo meglio o peggio di prima? Dunque non c’era alternativa a una Manovra che in fin dei conti coniuga il cambiamento rispetto ai pannicelli caldi del passato con l’equilibrio sulla tenuta dei conti. Perché qui bisogna dirlo chiaro: solo un’opposizione sguaiata e priva di argomenti seri, sorretta da economisti servi del sistema, può affermare che aver scavallato i vincoli europei sul bilancio dall’1,6% di deficit rispetto al Pil al 2,4% (cioè di appena lo 0,8%) significa aver frantumato i trattati con i nostri impegni finanziari. Pur di fronte a tanta temperanza, gli euroburocrati gran sacerdoti del rigore nei conti pubblici non hanno perso tempo ad aprire le ostilità contro Roma. Favoriti da una stampa che ha favoleggiato su titaniche battaglie tra il ministro Tria e le forze politiche che gli avrebbero puntato una pistola alla tempia per farlo diventare responsabile delle nostre finanze, i gufi di Bruxelles hanno mandato segnali di guerra. Pierre Moscovici, il Commissario francese agli Affari economici dell’Unione europea, che a in Italia fa il falco e a Parigi la colomba, ha detto la sua utilizzando il più balordo degli esempi. Gli italiani – ha dichiarato – devono sapere che ogni euro destinato a fare nuovo debito è un euro sottratto ai servizi e alle autostrade. Sì, ha detto proprio così, ignorando che alle autostrade diamo da anni miliardi di euro, ma a metterseli in tasca sono i signori Benetton e gli altri azionisti della società che avrebbe dovuto impedire il crollo del ponte di Genova. Naturale la reazione delle forze politiche su cui poggia l’Esecutivo di Giuseppe Conte, seppure con un distinguo non banale. Mentre Salvini ha preso di petto Moscovici e tutti quelli della sua parrocchia, promettendo che il Governo andrà comunque avanti sulla strada tracciata, il leader dei Cinque Stelle Luigi Di Maio per ora tiene bassi i toni, porgendo un ramoscello di ulivo a chi dovrà decidere in Europa se la Manovra italiana alla fine sarà approvata oppure no. Un apparente segno di timidezza che rivela l’intenzione di far crescere il Paese dentro un ragionevole percorso comune con un’Europa destinata a profondi cambiamenti. Chi oggi ci bombarda, molto probabilmente tra qualche mese sarà fuori da tutti i giochi, mandato a casa da un vento che spira forte in direzione dei partiti sovranisti e comunque ostili alle logiche di conservazione su cui è edificata anche l’attuale Commissione di Jean-Claude Juncker.

Meglio aiutarci da soli – A tutto questo va aggiunta un’accorta considerazione del premier Conte. Quando i mercati – ha detto – conosceranno i dettagli della Manovra, avranno meno preoccupazione. E in effetti questo è ciò che logicamente dovrebbe accadere, visto che i soldi recuperati con la maggiore flessibilità sul deficit serviranno a creare sviluppo e non nuovi sprechi. Qui ovviamente il condizionale è d’obbligo, perché i mercati si muovono sulle traiettorie della speculazione, e non c’è dubbio che oggi nel mondo c’è un sacco di gente seduta sul fiume in attesa di vedere il Governo di M5S e Lega annegare. Ma l’Italia non è mai stata troppo aiutata da partner Ue che oggi sono nostri accaniti competitor commerciali. Dunque o ci rialziamo da noi oppure non facciamoci troppe illusioni sul futuro. E per rialzarci dobbiamo far ripartire l’economia, a discapito delle ricette fallimentari che ci impongono da anni.

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