L’utopia del merito al potere

di Gaetano Pedullà

Cominciamo col dire che non si uccide così nemmeno un cavallo. Il trascinarsi per tutta la giornata di ieri di affannose ricerche giornalistiche transoceaniche, e dei paralleli boatos sui social, ha mostrato al mondo la vitalità in Italia di un giornalismo d’inchiesta di cui – diciamolo con sincerità – persino noi stessi non c’eravamo accorti. Quello che è emerso finora è che il curriculum del professore Giuseppe Conte non è falso, ma apparentemente gonfiato su alcune esperienze didattiche all’estero. Esattamente però come sono state gonfiate molte delle critiche persino feroci circolate su internet, dove la partecipazione del professore – peraltro non meglio specificata – a corsi di aggiornamento in prestigiose università internazionali è stata confusa con lauree inesistenti o persino con l’assenza di laurea.

Un killeraggio mediatico di fronte al quale per la prima volta i Cinque Stelle hanno perso palesemente lo status di padroni della rete. Sia chiaro: Conte non ci ha fatto una bella figura e se emergeranno manipolazioni del curriculum più gravi non avrà altra scelta che fare un passo indietro, tirandosi fuori dalla partita per il Governo. Ma il metodo con cui gli è stato sparato contro fa dell’agibilità democratica nel nostro Paese un problema ben più grave di un curriculum fosse anche interamente inventato (e in questo caso non lo è).

Assolutamente inaccettabili, invece, le critiche per aver difeso da avvocato i familiari di un paziente che voleva curarsi con il metodo stamina. In uno Stato civile, quello alla difesa, fosse anche di un mafioso, è un diritto insindacabile. Poi diciamo una parola anche su di noi. Ieri La Notizia apriva il giornale sottolineando l’eccezionalità di un possibile premier emerso per i suoi meriti professionali. Quello che state leggendo, come sa bene chi ci segue ormai da sei anni, è un quotidiano d’inchiesta non partitico, che ha due stelle polari: l’impronta liberale e riformista. E la prima profondissima riforma che sosteniamo è la riscoperta del merito. Quasi un’utopia in un’Italia dove si fa carriera per appartenenze politiche e consorterie. Un’utopia che vorremmo – questa sì – al potere.

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