Nodo fatale tra politica e banche

di Gaetano Pedullà

Se avesse cambiato veramente mestiere, come sostiene Matteo Renzi, l’ex direttore di Corsera e Sole 24Ore Ferruccio De Bortoli avrebbe dimostrato un gran fiuto anche come addetto al marketing librario, oltre che come giornalista. L’episodio dell’allora ministro Maria Elena Boschi che intercede con l’amministratore delegato di Unicredit, Federico Ghizzoni, per fargli comprare la Banca Etruria in dissesto non ha riscontri e se lo stesso banchiere non spiegherà a dovere al Parlamento sarà solo l’esito di una probabile causa per diffamazione a dirci come sono andate le cose. Resta evidente che ministri e banchieri si sono sempre parlati e che il grande nodo delle banche in Italia sta altrettanto da sempre in un rapporto viziato con la politica. Dai tempi dello scandalo della Banca romana, ai grandi fallimenti del Banco di Napoli e del Banco di Sicilia scongiurati da quella che era una volta la Banca d’Italia, la politica più che governare il sistema ne è stata l’anima nera. Persino quando con lungimiranza Giuliano Amato fu tra i promotori della privatizzazione dei grandi istituti di credito pubblici, attraverso la costituzione delle Fondazioni bancarie.

Già da allora il controllo politico uscito dalla porta rientrò subito dalla finestra. La presidenza delle Fondazioni stesse è andata a politici rimasti in sella per decenni, con il caso di Giuseppe Guzzetti (ma non è il solo) da tempo ormai immemorabile alla guida di Cariplo. Il sistema delle piccole banche popolari, che ci ha permesso di reggere meglio alla grande crisi finanziaria di Lehman Brothers, ha d’altra parte segnato una dimensione minuscola e localistica del nostro sistema finanziario. Persino i grandi buchi accumulati con i prestiti concessi a piene mani a imprenditori poi saltati, hanno una chiara matrice politica e relazionale. Il piccolo artigiano poteva (e può ancora oggi) morire per ottenere un prestito mentre all’industriale amico degli amici una linea di credito non la negava nessuno, nonostante gli affari andassero male e quei soldi era chiaro che non sarebbero mai stati restituiti. Una gigantesca truffa dove a tutti faceva comodo tenere il ruolo previsto in commedia, come dimostrano i dati di una ricerca della Uil credito diffusa proprio ieri: nel periodo 2013-16, le cinque maggiori banche italiane (Unicredit, Mps, Banco popolare, Ubi e Carige) che hanno riportato perdite per 39,3 miliardi di euro complessivi, hanno erogato ai loro amministratori delegati e presidenti 50,2 milioni di retribuzione e 12,7 milioni come indennità di fine carica, per un totale di 62,9 milioni. Con questi prezzi per forza che nessuno ha mai disturbato il manovratore. E per forza che il giochetto piaccia ancora, soprattutto a chi è di turno (anche per interposta persona) a Palazzo Chigi.

SCANDALO AL SOLE
Che la Boschi abbia parlato o meno con Ghizzoni e che in questo possa raffigurarsi qualche reato, come un’indebita pressione per fare un’operazione che avrebbe sicuramente danneggiato gli azionisti di Unicredit, il vero scandalo è invece sotto gli occhi di tutti. La politica non molla un controllo che non deve avere sulle banche e la pistola fumante sta nelle ultime nomine al vertice delle partecipate pubbliche. L’amministratore di Poste, Francesco Caio, che si era opposto a comprare a un prezzo spropositato, con il risparmio degli italiani, la società di investimenti di Unicredit Pioneer, è stato cacciato mentre l’ex amministratore di Unicredit Alessandro Profumo, che aveva gestito proprio Pioneer è stato chiamato a fare l’Ad in Finmeccanica. Un segno di riconoscenza della politica, soprattutto in salsa toscana, arrivata nonostante il palese danno provocato al mercato con l’aumento di capitale realizzato sempre dallo stesso Profumo sul Monte Paschi. In quella circostanza il banchiere promise che i cinque miliardi raccolti dagli investitori avrebbero rilanciato l’istituto, mentre invece scomparirono in poche ore nel baratro dei debiti di Rocca Salimbeni. Per un ramo parallelo, cioè per non aver rappresentato correttamente l’impatto dei derivati Alexandia e Santorini sui bilanci di Mps dal 2011 al 2014, la Procura di Milano ha chiesto ora il rinvio a giudizio di Profumo e altri sette banchieri. Vedremo se il giudice manderà tutti a processo e solo dopo potremo dire se Profumo è colpevole di qualcosa (fino a una eventuale condanna certamente no) ma che il filo tra politica e banche sia un’invenzione di De Bortoli, per favore, fate un modesto regalo all’intelligenza degli italiani smettendo di far finta che non esista.

 

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