Polemiche sui migranti, Governo e Sinistra in eterna campagna elettorale

di Gaetano Pedullà

Dopo gli infiniti errori fatti sui migranti, quel che resta di una Sinistra a corto di idee e di elettori ha deciso di schiantarsi proprio su questo scoglio. A dare la linea dalle pagine sempre più borghesi di Repubblica sono gli alfieri di una intellighenzia che non ci vuole proprio stare ad aver perso le elezioni, e per questo si inchina alle parole di uno dei più grandi speculatori finanziari al mondo come George Soros pur di accusare senza prove la Lega di rapporti inconfessabili con Putin. Dall’ex direttore Ezio Mauro allo scrittore Roberto Saviano, adesso però non c’è altra preoccupazione che sbarrare il passo al nuovo corso sull’immigrazione promesso da Salvini. E tutti intenti in questa missione, lor signori nemmeno si accorgono di non parlare più a nessuno. Il segnale più chiaro in tal senso arriva dalle campagne calabresi, dove a scioperare per il vigliacco omicidio del sindacalista fai da te Sacko Soumali sono stati gli immigrati e non le nostre sedutissime Cgil, Cisl e Uil. Una lezione che dovrebbe far riflettere sullo stato in cui è ridotto il nostro sindacato. I furgoncini dei caporali rimasti vuoti, senza il loro carico di fantasmi destinati a raccogliere per un’elemosina frutta e ortaggi nei campi, è una pagina che fa onore a persone che si possono aiutare solo affrontando sul serio il dramma dell’immigrazione, e non dividendosi all’infinito, accendendo nuove polemiche che agli italiani interessano sempre a meno e soprattutto non permettono nessun passo avanti in direzione di una soluzione strutturale del problema.

Che lo si ammetta o meno, non esistono ricette di destra o di sinistra per guarire un dramma epocale. Ma una soluzione, per quanto difficilissima, c’è come in tutte le cose della vita. Una via stretta che tutto l’Occidente può percorrere solo agendo insieme. La fuga dall’Africa verso l’Europa, come dall’Asia o dal Messico verso gli Stati Uniti sono il frutto velenoso di una gestione fallimentare della globalizzazione. Un fenomeno con molte analogie con quello che il mondo si trovò ad affrontare alla fine della seconda guerra mondiale. Allora l’Europa e il Giappone erano distrutti e gli Stati Uniti non avrebbero fermato neppure con le cannonate una nuova ondata di profughi dal Vecchio continente. Fu la politica in quella circostanza a bloccare una ripresa dell’immigrazione verso gli States, facendo due semplici scelte: si consentì una profonda svalutazione delle monete dei Paesi ridotti in macerie, con Francia, Germania e Italia in prima fila, provocando un effetto identico alla stampa di moltissima moneta. Parallelamente fu varato il piano Marshall, con cui furono destinati giganteschi aiuti agli stati. A differenza di quanto accaduto con la fine della prima guerra mondiale, gli sconfitti non furono umiliati e si consentì la ricostruzione di fabbriche, strade, abitazioni e tutto quanto permise di arrivare presto al boom economico. L’investimento, per quanto notevolissimo, fu ampiamente ripagato perché l’Europa da una parte fece da cuscinetto in quella che poi sarebbe diventata nota come guerra fredda con Mosca, e dall’altra divenne un mercato naturale per l’industria a stelle e strisce. Fu, in sostanza, un’operazione win-win, dove tutti ci guadagnarono.

Verità incofessabili – Possibile dunque che con tale precedente non si riesca a immaginare un’azione simile per il terzo mondo? La verità inconfessabile che le élite mondiali ci nascondono, sudice del sangue di migliaia di persone che muoiono nei naufragi durante le traversate, per non parlare di chi finisce nei lager delle tribù libiche, pagate probabilmente anche dall’Italia per fermare in qualunque modo, con le buone o con le cattive, la marea di disperati pronti a tutto per arrivare sulle nostre coste. Un filtro che costa, e che se non guadagna sotterraneamente dagli Stati, guadagna illegalmente dai mercati di uomini. Criminali che anche in Italia fanno affari d’oro, e contro i quali Salvini ha tutte le ragioni del mondo per impegnare con ogni sforzo il Viminale. L’Italia da sola però non può andare lontano. Per questo è necessario coinvolgere l’Europa e il mondo battendo i pugni sul tavolo e alzando la voce come merita la gravità della situazione. Ma come chiedere unità d’intenti all’estero quando i primi a dividerci in polemiche persino grottesche siamo noi italiani stessi? Per questo certe critiche preconfezionate sono indigeribili.

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