Ricompare l’etica in politica. Conte ha dimostrato di non agire da giudice ma da garante del cambiamento

di Gaetano Pedullà

Siccome non c’è più sordo di chi non vuol sentire, Matteo Salvini ha ignorato fino all’ultimo i saggi consigli degli alleati di Governo, e così ha finito per marcare una distanza abissale tra i Cinque Stelle che cacciano subito un loro indagato per corruzione e la Lega che invece deve farsi cacciare dal premier un sottosegretario con le stesse accuse. Da garantisti possiamo solo auguraci che il senatore Armando Siri risulti estraneo a ogni ipotesi di reato tanto quanto il consigliere comunale di Roma, Marcello De Vito, ma una politica che vuole riscoprire davvero un’etica pubblica non può ignorare una responsabilità che va oltre il piano giudiziario, e prendere le necessarie contromisure indipendentemente dall’esito dei processi.

Perciò Conte ieri ha dimostrato di non agire da giudice, ma da garante di quel cambiamento col passato che l’Esecutivo gialloverde ha voluto intestarsi come marchio di fabbrica, salvo poi veder fare alla Lega imbarazzanti resistenze, persino a pochi minuti dalla decisione di Palazzo Chigi, con la tardiva promessa dello stesso Siri di dimettersi tra quindici giorni. A che è servito tutto questo? Salvini si è piegato – riportando alla mente la promessa di farsi processare per la vicenda della nave Diciotti, tranne poi farsi dare dal Parlamento l’immunità -, lo stato maggiore del Carroccio ha fatto la figura di chi minaccia inutilmente sfaceli, e la Lega nel suo complesso è apparsa tutt’altro che inavvicinabile dai portatori di interessi non generali. Per questo ci saranno ripercussioni sul Governo? Salvini di errori ne ha già fatto qualcuno. Vedremo se vorrà continuare a sbagliare.

 

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