Sentenza sulla trattativa tra Stato e mafia, altro sale sulle ferite del Paese

di Gaetano Pedullà

Inutile illudersi: siamo un Paese che non potrà mai pacificarsi politicamente. Dalla nascita della Repubblica gli scontri tra fascisti e antifascisti, poi tra democristiani e comunisti, tra Sinistra e Berlusconi e adesso tra sistema e antisistema, hanno bloccato l’Italia in una perenne guerra civile sotterranea. Siamo stati così impegnati a bastonarci tra di noi da non trovare più la forza per riformare lo Stato, sostenere le imprese e dare un futuro ai giovani. Una palude in cui i contendenti di turno hanno sguazzato con le loro numerose truppe di complemento: intellettuali, giornalisti, imprenditori e non di rado magistrati. Per questo l’uomo della strada non crede più a nessuno e l’antipolitica dilaga. A questo caos le istituzioni potrebbero fare argine solo con un supplemento di rigore e buonsenso, aiutando con atti indiscutibili il Paese a riconciliarsi. A Palermo, da un processo che lascia immensi punti interrogativi in chi ne ha seguito anche solo parzialmente il dibattimento, arriva invece l’ennesima mazzata. La sentenza sulla trattativa – da adesso non più presunta – tra Stato e mafia fa di una intera parte politica un nemico pubblico, colpevole di alto tradimento e per questo indegna di continuare ad avere cittadinanza nelle alte cariche legislative e di Governo. Le anime candide adesso diranno che la legge è legge e le sentenze si rispettano, fregandosene ampiamente dello sfascio generale in cui siamo anche per via di decisioni tanto clamorose quanto fragili sotto il profilo delle prove e dirompenti per i nuovi sospetti di un uso politico delle toghe.

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