Sul credito più politica che verità

di Gaetano Pedullà

Quando parte l’onda giustizialista non importa se si è guardie o ladri, e nemmeno magistrati. La folla mandò in croce Gesù Cristo, figuriamoci se si prende pena per chi è immaginato come un potente, capace di difendersi da se, quando non di mandare al rogo i suoi nemici. E invece la gogna messa al procuratore di Arezzo, Roberto Rossi, dimostra che in questo Paese c’è un serio problema di democrazia, e basta poco per creare il mostro. Il capo della Procura che indaga sul papà del sottosegretario Boschi è stato accusato di aver coperto un’indagine in corso, quando invece il verbale dell’audizione davanti alla Commissione bicamerale sulla banche parla così chiaro da aver costretto il deputato M5S Villarosa ad ammettere di aver equivocato (per non dire di non aver voluto capire). I giornali che cercano la verità a senso unico contro Renzi hanno subito utilizzato le parole di Rossi per colpire il segretario Pd, senza vergognarsi affatto di aver trattato il procuratore fino a pochi istanti prima come un colluso con il potere renziano, anche per via di un periodo trascorso come consulente di Palazzo Chigi. Siamo insomma alla strumentalizzazione politica di ogni cosa, allo stupro delle parole per costruire nell’opinione pubblica realtà a geometrie variabili, pessimo presagio di una campagna elettorale che si annuncia piena di colpi bassi. Un prezzo che fino a un certo punto è inevitabile quando si va alle urne, ma che diventa indecente se presentato sulla pelle di migliaia di risparmiatori rovinati dalle loro banche.

 

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Diciamo subito che questa storia più che odorare di caffè puzza di bufala. La figlia di Totò Riina, che non ha ancora finito di piangere il padre e si mette a commercializzare un marchio di caffè con il nome del poco illustre genitore è la classica boutade da buontemponi della rete. Che si tratti però…

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