L’Ue al solito vede nero. E se resta il rigore ci fanno neri sul serio. La Commissione riduce il nostro Pil e prenota una nuova austerità

di Gaetano Pedullà

Solite ricette dall’Europa. Mentre prepara gli scatoloni per sloggiare, ieri la Commissione di Bruxelles è tornata a tagliare le stime sulla crescita (non solo italiana), noncurante degli infiniti errori del passato e – nel nostro caso – di non poterci dare lezioni, in quanto nessun Paese ha fatto crescere l’occupazione più di noi nel primo trimestre dell’anno. Ovviamente questo ed altri dati economici più aggiornati non sono considerati nelle cosiddette previsioni Ue di primavera, un perfetto connubio di burocrazia e rigore sui conti pubblici. Ma ormai è palese chi abbiamo di fronte, e quanto sia necessaria una risposta politica per sostituire le fallimentari stagioni dell’austerità con una nuova fase di investimenti e di sviluppo.

Al momento però a dare le carte sono ancora loro, Moscovici con Juncker e soci, che per quanto pessimisti nei loro calcoli sono persino generosi a confronto con certi giornalisti iettatori delle testate finanziate da poteri industriali e partiti d’opposizione. Se Repubblica tre giorni fa annunciava a tutta prima pagina che l’Europa è pronta a darci una stangata, e ieri rincarava la dose affidando al sommo menagramo Cottarelli il conto di 93 miliardi di costi aggiuntivi, il Sole 24 Ore fotocopia da mesi l’immancabile grido d’allarme degli industriali, in una sfida a chi porta più sfiga in cui perdono tutti rispetto al Messaggero, il giornale con un editore che scommette bilioni sui futuri utili di grandi società italiane mentre il suo giornale ci racconta che va tutto a rotoli.

Un cataclisma che avrebbe già fatto rincretinire i poveri, tanto da mettersi in più di centomila in fila per restituire il Reddito di cittadinanza. A chi non piace portare il cervello all’ammasso dietro pifferai tanto stonati, non resta allora che provare a ragionare sui numeri. Il Pil italiano, che nelle precedenti previsioni europee per il 2019 e il 2020 era dato a +0,2 e +0,8%, è limato rispettivamente allo 0,1 e allo 0,7%, mentre la crescita della Germania, locomotiva d’Europa, – che tradizionalmente sta almeno un punto avanti a noi – si ferma quest’anno allo 0,5%. Anche la media dell’Eurozona, con tutto il traino dei Paesi dell’Est, scende all’1,2%. Siamo di fronte, insomma, alla dimostrazione più plastica possibile di come i vincoli di bilancio imposti proprio da Bruxelles portano solo crisi e povertà.

Per questo tutte le altre intimidazioni – dalle possibili manovre correttive (cioè nuove tasse) sino alle sanzioni per l’eccesso di deficit – dovrebbero cadere simultaneamente, scatenando in alternativa una sollevazione delle élite economiche nazionali, cioè quegli stessi padroni dei giornali che invece sembrano tifare per chi ci stringe il nodo al collo. Pur di far cadere un Governo che ha tolto un po’ di soldi pubblici ai soliti noti per destinarli alle fasce sociali rimaste più dietro, tutto va bene, compreso quel micidiale aumento dell’Iva che gli euroburocrati intendono imporci. In questo modo il voto del 26 maggio diventa importante come non mai. A confrontarsi sono infatti due concezioni completamente diverse dell’Europa, che vanno dunque ben al di là dei tradizionali steccati tra destra e sinistra.

La rappresentazione più diffusa, almeno in Italia, è quella del derby tra sovranisti ed europeisti, che si banalizza nella divisione tra chi vuole le frontiere aperte e chi no. Ne esce un racconto dell’assurdo, per cui i socialisti spagnoli o il presidente francese Macron sono gli illuminati nemici dei muri, pur avendo chiuso i loro confini più ermeticamente di quanto non abbiamo fatto noi per troppi anni. Dall’altra parte ci sono Salvini, la Le Pen e Orban, che pensano ciascuno agli interessi di casa propria e non si capisce bene come possano trasformare questi egoismi in un vantaggio per tutti.

In mezzo restano le visioni tardo ideologiche delle sinistre più o meno estreme e infine il voto ai Cinque Stelle, l’unico suffragio fuori dagli schemi, che si può tranquillamente definire utile per ottenere alcuni risultati mirati oltre ad un allentamento dell’austerità: un taglio agli enormi sprechi delle risorse pubbliche comunitarie, e poi quel salario unico europeo che eleva la dignità dei lavoratori di tutto il continente, contrastando sul serio le delocalizzazioni che hanno creato un dumping industriale inaccettabile tra Stati membri di una stessa comunità.

All’orizzonte c’è insomma la prosecuzione dell’Europa già vista, con tutte le sue speranze tradite, oppure una visione fatta non esclusivamente di steccati, e che riporta i cittadini al centro di un percorso di sviluppo impedito da sacerdoti bravi a celebrare messa solo per le lobby e i mercati. Una sfida non facile, perché le tradizionali famiglie politiche sono date ancora in vantaggio nei sondaggi tra tutti i Paesi chiamati ad eleggere l’Europarlamento. Ma altri cinque anni da tartassati sono un buon motivo per non arrendersi.

 

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