Trasporti, una vacanza travestita da sciopero

di Gaetano Pedullà

Ci fossero in Italia sindacati veri, capaci di stare dalla parte dei lavoratori ma anche dei cittadini, sarebbero questi i più incazzati per il Paese preso oggi in ostaggio. Quattro siglette di cui nessuno sa niente hanno deciso tutto insieme il blocco di treni, aerei, autobus e metropolitane. Ovviamente la gran parte dei lavoratori non aderirà, ma in certi servizi basta che si fermino poche persone per paralizzare tutto. E poi l’effetto annuncio fa il resto, inducendo tanti che dovevano spostarsi per vacanza o per lavoro a stare a casa. Tanto quest’anno di ponti tra una festività e l’altra ne abbiamo avuti pochi. E agli scioperanti nel comparto dei trasporti – guarda che casualità! – scappa sempre di incrociare le braccia di venerdì. La verità è che in un Paese dove quasi quattro giovani su dieci stanno a spasso, chi un posto ce l’ha sente forte i suoi diritti e sempre meno i suoi doveri. A cominciare dal rispettare i cittadini clienti. E non prenderli per fessi. Cosa che oggettivamente accade con l’adesione dei ferrovieri dei treni privati Italo a uno sciopero indetto contro le privatizzazioni. A dire che volevano un giorno di vacanza facevano più bella figura.

Il guaio in questo Paese è che se qualcuno sequestra una persona ne risponde penalmente. Se invece si sequestrano milioni di persone, costrette a restare a casa o ad affrontare enormi disagi, allora si tratta di rispettare il diritto di sciopero. E pazienza se a metterci tutti con le spalle al muro sono poche organizzazioni che rappresentano a malapena loro stesse. Ai grandi sindacati confederali va bene così, il Governo raramente riesce a fare qualcosa più di una fragile moral suasion e le autorità di controllo hanno le mani legate. Così la dittatura di pochi ha la meglio sui diritti di tutti. Un andazzo che non premia più nessuno, comprese Cgil, Cisl e Uil ormai svuotate di consenso nelle aziende e detestate dai clienti del trasporto pubblico. Basti ricordare com’è andato il referendum che ha dirottato l’Alitalia verso il commissariamento e probabilmente il futuro spezzatino. I confederali avevano chiesto ai loro iscritti di assecondare l’ultimo piano di ristrutturazione aziendale, uscendo con le ossa rotte da un plebiscito in direzione contraria. Dialogare con i manager, assumendosi anche delle gravose responsabilità, diventa però un esercizio inutile se poi un giorno sì e l’altro pure il segnale che si dà all’esterno è di copertura (o di accondiscendenza) all’abuso di un diritto fondamentale come quello di scioperare. I sindacati, insomma, hanno un’arma fortissima, ma chi la sta usando a ripetizione, e in modo improprio, la sta facendo sparare sulle tempia delle sigle maggiori, confuse nella grande confusione di sigle e siglette che scioperano.

Schiaffo ai clienti – Hanno i grandi sindacati la capacità di diventare paladini moderni delle loro aziende, difendendo tanto il loro posto di lavoro quanto i clienti e il loro diritto (acquistato insieme ai biglietti e agli abbonamenti) alla mobilità? A vedere questo continuo balletto di scioperi, sempre nei weekend e sempre con motivazioni del tutto generiche, la risposta è no. E di questo le piccole sigle si stanno approfittando, conquistando cinicamente qualche tesserato in più a spese degli stessi confederali (dove sono molti i tesserati in meno) e della regolarità dei servizi. Uno schiaffo ai clienti delle aziende che possono solo subire. Gli strumenti come il Garante degli scioperi o la precettazione possono funzionare in un contesto normale, di fronte a problemi da affrontare sul serio come l’apertura di nuovi spazi di mercato in un settore dove lo Stato ha ancora vocazioni da monopolista, o la necessità di dare un taglio alle perdite miliardarie di tanti carrozzoni. Se i motivi degli scioperi sono invece la rivalità tra sigle sindacali o, diciamola tutta, l’appropriazione di un nuovo diritto a fare ponte nei fine settimana, allora non c’è trincea che tenga. E i confederali, se non vogliono morirci dentro, prima o poi dovranno dire da che parte della barricata stanno.

 

Gli ultimi editoriali di Gaetano Pedullà

Consulta l'archivio completo

Un’infinita ipocrisia sulle banche

Maria Elena Boschi non si può dimettere. Non può farlo perché toglierebbe il giochino preferito ai suoi nemici, ma soprattutto perché arrendersi significherebbe ammettere di aver favorito la sua famiglia nel crollo di Banca Etruria, mentre da quanto emerso finora non c’è la pistola fumante e nemmeno una pallottola che provi tale accusa. Non ha…

Continua

Gentiloni e gli auguri migliori

Ci sono compleanni in cui c’è poco da festeggiare. Ma per il primo anno di Governo Gentiloni non è stato possibile trovare un solo fatto qualificante del suo Esecutivo, se non l’essere sopravvissuto. Lasciamo perdere gli effetti speciali a cui ci aveva abituato Renzi, roba come il Jobs Act, che solo a parlarne ci sentivamo…

Continua

Non giocare col fuoco palestinese

Il conto da pagare è arrivato subito, e solo il dilettantismo del fanatico di turno ha evitato l’ennesima strage. La bomba esplosa ieri a New York poteva fare infatti ben altri danni, aggiungendo altro sangue a quello versato nello scorso fine settimana in Cisgiordania, con due morti e centinaia di feriti per la sollevazione palestinese…

Continua

Il lettone di Putin per Grillo

Ora che sappiamo dal vice di Obama che la Russia aiutava elettoralmente la Lega e i Cinque Stelle abbiamo più chiaro perché i democratici sono stati accompagnati fuori dalla Casa Bianca. Per noi ingenui lettori delle cose internazionali, il monarca assoluto di Mosca, Vladimir Putin, regalava lettoni per nottate eleganti a Berlusconi e non a…

Continua

Intolleranza e nuovi fascismi: la Democrazia non è infrangibile

Diciamo la verità: il capo della polizia Franco Gabrielli che definisce il blitz di Forza nuova a Repubblica più grave della bomba esplosa davanti alla caserma dei carabinieri a San Giovanni ci ha ricordato quei filmetti anni ’80 con Lino Banfi sulla mitologica rivalità tra le nostre forze dell’ordine. I due episodi di questi giorni…

Continua

La mafia non è il cacao meravigliao

Diciamo subito che questa storia più che odorare di caffè puzza di bufala. La figlia di Totò Riina, che non ha ancora finito di piangere il padre e si mette a commercializzare un marchio di caffè con il nome del poco illustre genitore è la classica boutade da buontemponi della rete. Che si tratti però…

Continua

Sul credito più politica che verità

Quando parte l’onda giustizialista non importa se si è guardie o ladri, e nemmeno magistrati. La folla mandò in croce Gesù Cristo, figuriamoci se si prende pena per chi è immaginato come un potente, capace di difendersi da se, quando non di mandare al rogo i suoi nemici. E invece la gogna messa al procuratore…

Continua

Più del Pil cresce il rancore

La forbice che si allarga tra ricchi e poveri taglia ogni argomento di chi gioisce per la minuscola ripresa economica. Sarà pur vero che il prodotto interno è aumentato dell’uno e cocci per cento, ma come nella media di Trilussa sul pollo mangiato a testa da ciascuno, c’è chi ha fatto indigestione e chi non…

Continua

Perseguitare il Cavaliere ne fa un eroe

I processi a Berlusconi non finiscono mai. Che lo riteniate un santo o il male assoluto, non si sfugge dal fatto che un Paese civile non può tenere quattro tribunali e altrettante Procure impegnate otto anni per gli affari di letto di un signore che oggi di anni ne ha 81. Un caso giudiziario che…

Continua

Sul fine vita pure il Pd è indecoroso

Figuriamoci se a un giornale come La Notizia non piaccia da morire il politicamente scorretto, ma quella di Matteo Salvini sul fine vita è una delle battute più infelici pronunciate da un leader di partito negli ultimi anni. Spiegandoci che preferisce occuparsi di vivi e non di morti, il segretario della Lega abdica per manifesta…

Continua