Uva e Cucchi, sui delitti di Stato il Cairo di Regeni non è così distante

di Gaetano Pedullà

Un Paese garantista deve sentire immorale la condanna ingiusta di un cittadino. Per questo vicende come quella di Giuseppe Uva, morto il 14 giugno 2008 dopo aver passato una notte in caserma, impongono la massima severità da parte dei tribunali chiamati a trovare i responsabili. Ben sapendo che condannare a priori i poliziotti e i carabinieri autori dell’arresto del giovane è una pulsione giustizialista ben diversa dal senso stesso di giustizia. Esattamente quanto assolvere tutti per il solo fatto che se Uva è stato arrestato allora quella fine tremenda se l’è cercata. Di storie come questa ce ne sono altre, tra cui quella di Stefano Cucchi, diventata emblematica per la forte reazione dei familiari. Sgomberato però il campo dai pregiudizi – che venendo prima dei giudizi sono di per se stessi privi della reale conoscenza dei fatti – una cosa dobbiamo dirla chiara: Uva non è morto di raffreddore. Quindi qualcuno l’ha picchiato e l’assoluzione di tutti gli accusati è tragica perché il colpevole o i colpevoli la stanno facendo franca. Liberi come gli aguzzini egiziani di Giulio Regeni. Per ricordarci che su certi delitti di Stato Roma e Il Cairo non sono così distanti.

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