L’errore di spaccare il M5S. Pure la Raggi arruolata a sua insaputa nella fronda contro Di Maio. La prima cittadina sul Fatto incita a non graziare Salvini. Poi precisa che il suo pensiero è stato forzato

di Gaetano Pedullà
Editoriale

La notizia degli arresti domiciliari ai genitori di Matteo Renzi ha deviato l’attenzione che tutto il giorno di ieri era rimasta inchiodata sul destino dell’altro Matteo, quello che grazie al voto nei Cinque Stelle invece non andrà a processo per difendersi dall’accusa di sequestro di persona nel caso della nave Diciotti. Seppure nelle carte dell’inchiesta di Firenze, che in parte pubblichiamo nelle pagine interne, sembra esserci ciccia a sufficienza, possiamo solo augurarci che anche i familiari dell’ex premier chiariscano la loro posizione ed escano indenni dalle accuse mosse dai pm, definite abnormi dal figlio che però adesso vede tramontare le ultime tracce della breve stagione del renzismo.

Il Governo Conte dunque va avanti, così come la leadership di Luigi Di Maio, seppure il quaranta per cento di click per mandare a giudizio Salvini rivelano la necessità di una tregua nel Movimento, per non rendere presto irreversibile una spaccatura dagli effetti devastanti dentro una forza politica che campa del voto di opinione e non certo di clientele e strutture di partito. Per questo motivo, il rilevante numero di adesioni alla linea opposta a quella del responsabile politico dei 5S non può far brindare nel Governo, nel Movimento e ancor meno fuori. Salvini che è potuto crescere anche elettoralmente grazie a un alleato leale, adesso si prepari a bere qualche amaro calice se non vuole far cadere tutto e correre ad accucciarsi come prima insieme a Berlusconi.

Ma hanno poco da festeggiare anche i tifosi del voto contro la linea di Di Maio come Il Fatto Quotidiano e il suo straordinario direttore Marco Travaglio. Sia chiaro, ogni giornale racconta ai suoi lettori le cose che crede, e ci sta che provi a orientarli, visto che da un pezzo il modello anglosassone dei fatti separati dalle opinioni non è più di moda neppure lì dove questo genere di giornalismo era considerato sacro.

Si pensi ad esempio alla quasi totalità dei magazine e dei network tv americani schierati alle ultime presidenziali contro Trump. Un caso che contiene al suo interno anche una fastidiosa perdita di contatto con la realtà, visto che sappiamo bene come andò a finire quella partita per la Clinton. Dunque niente di strano che Il Fatto abbia spinto, motivando chiaramente e con trasparenza, un esito uscito poi sconfitto nella consultazione sul processo a Salvini.

Travaglio, in particolare, ha sempre manifestato la sua preferenza per un accordo di governo tra i Cinque Stelle e il Pd, piuttosto che con la Lega, sulla quale il suo giornale spara quasi ogni giorno ad altezza uomo, tra l’altro differenziandosi in più di qualche circostanza dal sito. Purtroppo per i desideri del direttore, il contratto su cui si regge la maggioranza gialloverde barcolla ma non molla, e dunque un eventuale (e improbabile) ribaltone resta lontanissimo, anche se Salvini fosse finito in tribunale a rispondere di un sequestro di persona da barzelletta, come ha visto tutta Italia, mezza Europa e soprattutto moltissimi scafisti che hanno smesso di lasciare migliaia di persone in mezzo al mare.

Una situazione che al Fatto ovviamente può non bastare, ma che non si dovrebbe mai provare a capovolgere confondendo i lettori, ieri peraltro non poco frastornati dalla domanda a cui rispondere. Da Beppe Grillo, che aveva ironizzato sull’assurdità di votare sì per non far processare il ministro e no per dire il contrario, sino ai tre principali sindaci M5S, tutto è stato usato per spiegare che lo spirito del Movimento avrebbe imposto senza appello di mandare a giudizio Salvini.

Ragionamento tanto lineare quanto banale, dato che è evidente a tutti quanto una tale indicazione avrebbe aperto di fatto una falla nel Governo, esponendo uno dei suoi ministri (ma domani probabilmente anche con Di Maio, Toninelli e lo stesso Conte) a sottostare a un processo farsa con gli stessi effetti già visti sulla sindaca Virginia Raggi. Effetti negativissimi, perché nonostante la prima cittadina sia uscita assolta dalla fondamentale accusa di aver sottoscritto un documento anziché un altro all’Autorità anticorruzione, alle prese col cambio di mansioni del dipendente comunale Renato Marra, quel processo ha avuto un prezzo altissimo per la Capitale, distraendo tempo prezioso ed energie al rilancio della città, come anche Il Fatto Quotidiano ci racconta ampiamente nelle sue cronache.

Ciò nonostante ieri la stessa Raggi a tutta prima pagina sul giornale di Travaglio sembrava chiedere ai Cinque Stelle di far processare il ministro dell’Interno. Un punto di vista che però sarebbe stato stato talmente forzato da costringere la sindaca a dover precisare di non essersi improvvisamente seduta sulla sponda di chi attende passare il cadavere di Di Maio.

Siamo di fronte, insomma, a una pagina di quel giornalismo che non solo si sostituisce alla politica provando a far decidere i militanti come gli aggrada, ma alimenta una divisione che fa malissimo al Movimento, sottraendogli consensi molto più di Salvini e delle difficoltà con cui naturalmente si trova a combattere chi governa.
Un compito difficile se si marcia uniti, ma che diventa impossibile litigando e ingrato se non si realizzano le cose che si è promesso di fare, magari anche a causa del fuoco amico sparato dagli stessi Cinque Stelle o dal giornale di un direttore intelligente e non certo nemico.