Il caso della studentessa nordcoreana rimpatriata con la forza a Pyongyang. E’ la figlia dell’ex ambasciatore reggente a Roma

di Fabrizio Colarieti
Mondo

Gli ingredienti della perfetta spy story ci sono tutti. L’intricata vicenda della figlia dell’ex ambasciatore reggente della Corea del Nord a Roma, Jo Song-gil, prelevata nella Capitale “con la forza” da agenti segreti di Pyongyang per essere riportata nel suo Paese, ha le carte in regola per innescare un incidente diplomatico e politico. La 17enne, secondo l’ex numero due dell’ambasciata nordcoreana a Londra, Thae Yong-ho, dissidente come il padre della ragazza e rifugiatosi dal 2016 a Seul con la sua famiglia, sarebbe stata prelevata a Roma da un team di agenti speciali su ordine del dittatore Kim Jong-un poco prima di riunirsi con i suoi genitori che avevano già lasciato l’Italia.

L’azione, di cui non si conoscono altri dettagli, sarebbe avvenuta a novembre, cioè nei giorni in cui il padre della giovane liceale, che era in servizio alla missione diplomatica nordcoreana di Roma dal 2015, avrebbe disertato e chiesto asilo in un “imprecisato Paese occidentale”. Una scelta di cui si era già parlato, il 3 gennaio scorso, quando fonti citate dall’Ansa avevano riferito che in realtà il diplomatico non aveva lasciato l’Italia ma si era rivolto alle autorità di Roma per chiedere asilo e protezione.

Della ragazza ora si sta occupando la Farnesina, la nostra Intelligence e il Copasir, anche se l’intera vicenda è trattata con molta cautela. Secondo la ricostruzione ufficiale, il ministero degli Esteri ha ricevuto due note dall’autorità diplomatiche nordcoreane, la prima, il 20 novembre, con la quale veniva informata la Farnesina “dell’assunzione delle funzioni di Incaricato d’Affari a Roma da parte del Signor Kim Chon” e la seconda, il successivo 5 dicembre, che informava “che l’ex Incaricato d’Affari Jo Song Gil e la moglie avevano lasciato l’Ambasciata il 10 novembre e che la figlia, avendo richiesto di rientrare nel suo Paese dai nonni, vi aveva fatto rientro, il 14 novembre 2018, accompagnata da personale femminile dell’Ambasciata”.

Dunque la ragazza, stando alle uniche informazioni in possesso del nostro ministero degli Esteri e ammesso che le autorità diplomatiche nordcoreane abbiano riferito la verità nelle note trasmesse alla Farnesina, non sarebbe stata prelevata con la forza bensì avrebbe volontariamente fatto rientro a Pyongyang. Non ci vedono chiaro due importanti esponenti del Governo, il sottosegretario agli Esteri, Manlio Di Stefano, e la vicepresidente della Camera, Maria Edera Spadoni, che chiedono al ministro dell’Interno Matteo Salvini di riferire al Parlamento. Tutto questo ammesso che il Governo sia a conoscenza di cosa è realmente accaduto alla figlia del diplomatico Jo Song-gil.

Qualcuno ha evocato anche il caso di Alma Shalabayeva, la moglie del dissidente kazako Mukhtar Ablyazov, fermata insieme alla figlia dalla nostra polizia a Roma, nel 2013, e in poche ore rimpatriata in Kazakistan dopo essere stata affidata alle autorità del suo Paese. Ma, sempre stando a quello che sappiamo e al parere di una fonte qualificata interpellata da La Notizia, tra le due vicende ci sarebbero molte differenze, a partire dal fatto che nel caso della studentessa nordcoreana le nostre autorità – sia diplomatiche sia della Sicurezza nazionale – “non sarebbero state coinvolte in alcun modo”, se non in queste ore.

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