L’estremo risultato della finzione? La verità. Attori al servizio del reale per deformarlo. La nuova coinvolgente opera di Ianniello

di Carmine Gazzanni
Cultura

Enrico Ianniello è, tra le tante e altre cose, un attore. Conosce bene, come chiunque ama il teatro, il metodo Stanislavskij. Parliamo, cioè, di quello stile di recitazione che mira all’approfondimento psicologico del personaggio e sulla ricerca di affinità tra il mondo interiore del personaggio e quello dell’attore, a tal punto che non si arriva più ad avere distinzione tra realtà e finzione. Il tutto, ovviamente, per una resa sul palcoscenico assolutamente veritiera.

Immaginate, ora, di sovvertire il metodo Stanislavskij. O, per meglio dire, di utilizzarlo ma non per rendere l’illusione reale, ma per rendere la realtà illusoria. Immaginate se una compagnia di attori lavorasse per sovvertire il reale in nome della finzione. Ne deriverebbe un mondo che inizialmente farebbe ridere; poi farebbe ridere solo nella misura in cui non tocchi noi; poi farebbe riflettere; fino a far paura. È la ritorsione di chi vuole confondere l’illusione con la realtà, dimenticando, però, che per quanto possa restare nascosta, l’identità di ognuno, con le proprie insicurezze, i propri limiti, ma anche i propri pregi, non può essere cancellata.

È questo uno dei leit-motiv che guida il pregevole lavoro di Enrico Ianniello, La compagnia delle illusioni (Feltrinelli, pagg. 268). In una sorta di rivisitazione pirandelliana del reale, Ianniello offre, tramite il romanzo, uno spaccato di società che riguarda tutti noi, mostrando anche i rischi di questa fuga dal reale che tocca tutti i campi del nostro vivere quotidiano. La Compagnia in questione, infatti, non è semplicemente il nome che si è dato un gruppo di guitti e attori dilettanti guidata dalla misteriosa Zia Maggie.

È molto di più: una vera e propria agenzia che offre servizi a chiunque lo desideri. Alla bisogna la Compagnia indossa una maschera e recita finte parti in situazioni vere, così che la realtà possa, in qualche modo, essere creduta diversa. Esemplare la prima scena del libro, dove un padre farabutto si rivolge alla Compagnia per avere al funerale della figlia, morta suicida, un falso e sconosciuto fidanzato della ragazza che in un toccante discorso testimonierà quale padre amorevole fosse stato il suddetto farabutto.

A recitare la (credibile) parte è il protagonista del libro, Antonio Morra, nome in codice ’O Mollusco, un attore inconsolabile e depresso, dopo un successo ormai dimenticato e la morte della compagnia. ‘O Mollusco rappresenta tutti noi: persi nel divertissement di pascaliana memoria, finiamo col nascondere il reale con quello che vorremmo fosse. Ma la verità è più forte di qualunque finzione. Morra lo capirà solo alla fine. E noi con lui.