Ferrovie e Alitalia, primi passi nel futuro. Il Paese torna ad avere una strategia industriale. E subito arriva un’altra offerta vincolante da Delta

di Monica Tagliapietra
Economia

Sulle grandi infrastrutture ereditate dal passato la partita resta difficile, tra comitati contrari alle opere e impegni politici difficili da far combaciare con quelli economici. Ma sulle frontiere nuove esce fuori tutta la capacità di innovazione che il governo gialloverde e i propri manager hanno cominciato a esprimere. Un fronte che ha nell’operazione tra Ferrovie e Alitalia in assoluto il maggior indice di novità, rappresentando questa fusione una rivoluzione nel mercato dei trasporti nazionale. La scelta, coraggiosa e difficile, tanto che in passato più volte si era tentato di combinare questo matrimonio tra l’ex compagnia di bandiera e le rotaie, mette in campo un potenziale competitor dei maggiori vettori internazionali, tanto che ieri ai commissari di Alitalia è arrivata un’altra offerta vincolante – come quella delle nostre Ferrovie – da parte di Delta, mentre EasyJet ha ribadito la manifestazione di interesse già annunciata, ma a patto di poter entrare in un’Alitalia precedentemente ristrutturata. Chi sembra restare in attesa, malgrado lo scadere dei termini per le offerte, è Lufthansa, che in un comunicato ha confermato quanto sia importante il mercato italiano per la compagnia tedesca. Anche in questo caso però un eventuale ingresso nel capitale sarebbe subordinato a una costosa ristrutturazione, ovviamente a carico delle casse pubbliche, e alla rinuncia dello Stato italiano a partecipare in qualsiasi forma al controllo della compagnia.

SENTI CHI PARLA Prima che economico e strategico industriale, il tema è dunque politico. Tanto è vero che il primo ad alzare un muro sui questa fusione storica per i trasporti in Italia è stato l’ex amministratore delegato delle Fs, il renziano Renato Mazzoncini, arrivato a criticare aspramente la fusione per il semplice motivo che così nascerebbe un gigante difficile da controllare. Una opposizione al limite del paradossale se si pensa che proprio Mazzoncini stava fondendo le Ferrovie con l’Anas, creando un carrozzone pubblico talmente ingovernabile da essersi schiantato prima ancora di partire, coinvolto in una querelle sul valore degli asset conferiti dai due azionisti. Così non è stato difficile per il nuovo Governo smontare quel baraccone. Molto più complesso si annuncia invece far decollare un’Alitalia messa in sinergia con le Ferrovie. Per questo i commissari liquidatori della vecchia gestione Alitalia e il Cda delle Fs guidato da Gianfranco Battisti stanno valutando con particolare attenzione la partnership necessaria, da individuare in una grande compagnia con esperienza internazionale. Di sicuro con questa mossa il nostro sistema Paese interrompe la scia di svendite del nostri asset nazionali e permette al gruppo di recuperare una prospettiva in termini di occupazione e di sviluppo del traffico verso l’Italia. Un obiettivo non da poco per un Paese che vuole espandere la sua vocazione turistica.

RISCHI PONDERATI – Certo, il ministro dell’Economia Giovanni Tria in audizione in Parlamento ha detto che “l’intervento delle Fs nell’operazione Alitalia avviene in piena autonomia sulla base della sostenibilità economico-finanziaria del piano”, respingendo le accuse di dirigismo nelle scelte della controllata, l’unica società pubblica a “sporcarsi” le mani nell’affaire Alitalia e che per questo potrebbe mettere sotto pressione i propri conti. Un rischio che ovviamente c’è, ma che non ha frenato i vertici del colosso ferroviario a lanciarsi in questa avventura, con lo stesso spirito con cui i primi avviatori si lanciavano sui loro monoplani alla conquista dei cieli e dell’antichissimo sogno dell’uomo di volare. Un coraggio che poteva arrivare solo da una classe dirigente in linea con la voglia di cambiamento che proviene fortissima dal Paese. E se è già chiaro che non sarà una passeggiata far quadrare i conti di una compagnia che ha sempre bruciato indifferentemente i miliardi di tutti – dello Stato, dei risparmiatori, dei capitani coraggiosi di Colaninno e dei partner esteri – la scommessa merita di essere vissuta fino in fondo. Da quanto si sa, infatti, il piano studiato dalla società guidata da Battisti avrà una durata decennale e non si limiterà ai tre anni di gestione e ristrutturazione previsti dagli attuali commissari Luigi Gubitosi, Enrico Laghi e Stefano Paleari. Insomma, Ferrovie, nel caso di intervento, vuole creare un vero e proprio asse nazionale del traffico e del trasporto integrato. Per questa ragione occorreranno tempi lunghi per definire il tutto, mentre nel frattempo ci sarà da garantire l’ordinaria amministrazione, sapendo che di soldi in cassa non ce ne sono tanti. Un problema di fronte al quale i segnali di ripresa ottenuti negli ultimi mesi non bastano. Le turbolenze anche in questa fase di passaggio restano molte e pericolose.