I minorenni non portano voti. E il Parlamento gli taglia i fondi. Giù da anni gli stanziamenti per le politiche sociali

di Carmine Gazzanni
Primo piano

Sempre meno nascite. I dati Istat parlano da sé ma, al di là di commenti che lasciano il tempo che trovano (Matteo Salvini: “Questo è il peggior fallimento del governo, che attua una sostituzione etnica sostituendo migliaia di immigrati ai figli che gli italiani non possono più mettere al mondo”), non si può non riflettere sul calo, drastico, dei fondi per il welfare e, più specificatamente, quelli relativi al mondo dell’infanzia e dell’adolescenza. Un dato, significativo, da cui partire è quello relativo alle “politiche giovanili”: se nel 2007 era previsto un fondo pari a 60 milioni, nel 2016 sono stati destinati per lo stesso fine un milione 530mila euro. A conti fatti, dunque, nel giro di nove anni, lo stanziamento è stato ridotto al 2,5% di quanto previsto inizialmente. E che dire, ancora, dei fondi relativi più specificatamente all’infanzia: dai 44 milioni del 2003, siamo passati ai 28 del 2016. Numeri, questi, che non sono stati snocciolati da qualche “gufo”, ma proprio dal Governo in questi giorni. Nella corposa relazione “sullo stato di attuazione della legge recante modifiche alla disciplina dell’adozione e dell’affidamento dei minori”, presentata in Parlamento dai ministri Andrea Orlando e Giuliano Poletti, c’è un capitolo conclusivo che fa il punto proprio sulle politiche relative all’infanzia e all’adolescenza.

Il report – “La profonda relazione tra bisogno e diritto che deve caratterizzare l’impostazione e la realizzazione degli interventi sanitari e sociali verso ogni persona – si legge nel report – assume una valenza ancora più cogente per garantire la cura e la protezione dell’infanzia e dell’adolescenza”. Ecco perché “l’andamento per lo più negativo delle risorse disponibili per sostenere e accompagnare i minorenni e le loro famiglie in difficoltà, non può distogliere dalla consapevolezza che è necessario mantenere ampio il ventaglio di interventi, servizi e prestazioni che è possibile rivolgere al minorenne”. Parliamo, nel concreto, di interventi socio-educativi e psicologici o assistenziali. In altri casi, ancora, di veri e propri trasferimenti monetari: per il pagamento di rette, per attivazione di servizi o “integrazioni al reddito”. Misure necessarie, specie in un periodo di crisi economica. E che, invece, latitano.

Famiglie abbandonate – A questo punto, però, torniamo ai numeri. Perché accanto ai fondi per le “politiche giovanili” e quelli per l’infanzia, anche se andiamo su altri capitoli la musica non cambia. Prendiamo, ad esempio, il fondo “Politiche per le famiglie”: siamo passati dai 123 milioni del 2007 ai 7,5 del 2016. Ma anche se prendiamo in esame il fondo, generale, per le politiche sociali la musica non cambia. I dati parlano chiaro: se nel 2004 era stato disposto un finanziamento da un miliardo di euro, nel 2016 siamo scesi a quota 277 milioni. Un taglio considerevole. E, anzi, dobbiamo reputarci anche “fortunati”, se si considera che nel 2012 il fondo era sceso a quota dieci milioni. Non sorprende allora, come si ricorda anche nella relazione, che gli ultimi dati disponibili di Eurostat sulla spesa sociale in Europa, indicano che l’Italia destina una quota di spesa sociale finalizzata a infanzia e famiglie pari alla metà della media europea: 4,1% rispetto all’8,5%, mentre i fondi destinati a superare l’esclusione sociale sono pari allo 0,7% contro una media europea dell’1,9%.

Amare conclusioni – E allora, viste le premesse, le conclusioni non possono che essere altrettanto amare. Due “criticità discriminanti” notano i tecnici ministeriali: la prima riguarda “l’indeterminatezza e l’impossibilità di una programmazione degli interventi […] per la totale incertezza sulle disponibilità finanziarie provenienti dal Governo centrale”; la seconda, invece, fa riferimento alla “asimmetria tra l’entità del Fondo Sociale e il Fondo Sanitario”, che sono in rapporto di quasi 1 a 100. Sarebbe opportuno “far  nascere specifiche politiche di tutela e di promozione dei cittadini in crescita in tutti i territori del Paese”. E invece, concludono i tecnici, “risulta evidente” come “la sensibilità e l’attenzione del Parlamento verso la condizione e le problematiche di questa delicata fascia di popolazione siano state discontinue e in diminuzione”. I minori, d’altronde, non garantiscono voti.

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