Il giudice che autorizzò l’appalto incriminato ora lavora con il prestanome di Nicoletti

La società che gestisce la vigilanza al Policlinico Umberto I è difesa in giudizio dallo stesso magistrato che la “favorì” quando era al Consiglio di Stato

di Valeria Di Corrado

Giudice che si fa avvocato. Nella prima veste, di magistrato, emette una sentenza in favore della società che nella seconda veste, di legale, si ritrova a difendere. Accade anche questo in Italia. Il tutto ovviamente non avviene in contemporanea. Non sarebbe ammissibile nel nostro ordinamento giudiziario come, probabilmente, in quello di nessun altro Paese del mondo. Sarà una coincidenza, ma è innegabile che appare quantomeno strana. Specie se si considera che la società in questione è quella di Fabrizio Montali, accusato di essere il prestanome di Enrico Nicoletti (il famoso tesoriere della Banda della Magliana). E che i ricorsi alla giustizia amministrativa vertono tutti sulla regolarità nell’appalto sui servizi di vigilanza nel Policlinico Umberto I di Roma. Appalto da milioni di euro vinto da un’associazione temporanea di imprese, costituita da Città di Roma Metronotte srl (già Istituto di vigilanza Nuova Città di Roma, di cui Fabrizio Montali cura gli affari), Roma Union Security srl di Claudio Lotito, Security Metronotte srl e Flash & Capitalpol spa.

Cronologia della vicenda

policlinicoIl protagonista di questa vicenda è il giudice Alessandro Botto. Per capire come la sua storia si sia incrociata con quella della società di vigilantes della famiglia Montali bisogna ricostruire l’iter processuale. Il 30 giugno 2011 la Regione Lazio assegna all’Ati con capofila l’Istituto di vigilanza Nuova Città di Roma l’appalto sui servizi di sicurezza, custodia e sorveglianza per il lotto 6 (quello in cui rientra appunto l’Umberto I). La società Security Service, che prima della gara gestiva il servizio insieme alla Union Delta srl, presenta ricorso al Tar del Lazio. Il 30 aprile 2012 la terza sezione del Tribunale amministrativo accoglie tale ricorso, annullando la validità dell’appalto concesso all’Ati capeggiata da Città di Roma. Quest’ultima impugna il provvedimento davanti al Consiglio di Stato che il 16 novembre 2012 le dà ragione: la sentenza di primo grado va riformata perché l’atto di aggiudicazione dell’appalto è legittimo. Il presidente del collegio della terza sezione di palazzo Spada che emette il provvedimento è Alessandro Botto. Fino a quel momento il legale rappresentante dell’istituto di vigilanza Nuova Città di Roma è l’avvocato Gian Michele Gentile. Ma le cose improvvisamente cambiano. Il 21 dicembre 2012 il giudice Botto lascia il Consiglio di Stato e la magistratura e diventa socio dello studio legale “Legance”. Nel frattempo Security Service fa di nuovo ricorso al Tar. Guarda caso, a due giorni dalla decisione, il presidente di Città di Roma Metronotte Carlo Mitra (nonché vicepresidente vicario nazionale di Confcooperative) dà la procura per la difesa della società proprio ad Alessandro Botto (che aveva appunto preferito la carriera forense a quella di magistrato). Il 12 aprile 2013 il Tribunale amministrativo di primo grado accoglie il ricorso, riscontrando gravi irregolarità nella documentazione con cui l’Ati aveva vinto l’appalto al Policlinico Umberto I e sospende l’assegnazione del servizo. Una sconfitta per un ex giudice amministrativo, ora avvocato. Ma l’ultima parola, ora, spetta proprio al Consiglio di Stato, di cui Botto fino a pochi mesi fa faceva parte. La pubblicazione della sentenza è atteso per oggi. Sarà interessante capire quale sarà il verdetto.

Un personaggio eclettico
Intanto vale la pena di ripercorrere i molteplici incarichi ricoperti dal giudice/avvocato Alessandro Botto. Praticamente si è seduto sulla poltrona di quasi tutti i dicasteri. Capo di gabinetto del ministero per la Funzione pubblica e di quello del Commercio con l’estero. Capo dell’ufficio legislativo del ministero della Pubblica Istruzione. Consigliere giuridico del ministero della Difesa e di quello degli Affari Esteri. Il suo nome è comparso anche tra i vertici delle più importanti authority italiane, come segretario generale dell’Autorità per le garanzie nelle Comunicazioni e componente dell’Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici. In virtù di quest’ultima esperienza è diventato anche titolare della cattedra di diritto e regolamentazione dei contratti pubblici presso l’Università Luiss.
Se il Governo Monti avesse dato attuazione a quanto previsto nel testo della legge anticorruzione, Botto sarebbe stato uno di quei magistrati che non avrebbe più potuto ricoprire contemporaneamente doppi incarichi. Il decreto legislativo, con il quale il Parlamento aveva delegato l’esecutivo a imporre un aut aut ai giudici divisi tra tribunali e organi istituzionali o enti pubblici, è scaduto il 28 marzo, lasciando tutto com’era. Non c’è da stupirsi poi se si verificano storie come quelle dell “eclettico Botto”.

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