Il ministro Salvini colpevole di un tweet. Così le toghe perdono colpi. Dall’accusa di sequestro di persona per la vicenda della Diciotti al processo Raggi. Ora su Cinque Stelle e Lega siamo all’accanimento giudiziario

di Gaetano Pedullà
Editoriale

Un altro po’ di queste sparate e la magistratura getterà alle ortiche l’autorevolezza, la gratitudine e il riconoscimento sociale che questo Paese giustamente le deve. Perché sia chiaro: senza decine di martiri e migliaia di giudici-eroi silenziosi non sarebbe stato possibile mettere un argine alle metastasi della corruzione, delle mafie e della criminalità di cui l’Italia è piena. Ma qui adesso sta capitando qualcosa di veramente curioso. Dalle guerre epocali siamo passati alle battaglie frugali, dove i gravissimi reati perseguiti sono quisquiglie e nel mirino finiscono spesso e volentieri i paladini della legalità.

Il caso di giornata è quello di Matteo Salvini, il ministro che non ha fatto in tempo ad archiviare l’accusa di sequestro di persona avanzata dalla Procura di Agrigento per la vicenda della nave Diciotti, che eccolo nuovamente nel mirino, stavolta rimproverato dal Procuratore capo di Torino, Armando Spataro, per aver fiancheggiato niente di meno che le cosche nigeriane. Il motivo? Aver fatto i complimenti con un tweet alla polizia per una brillante operazione di presidio del territorio. A sentire Spataro, questo messaggio messo in rete alle prime ore del mattino avrebbe danneggiato l’inchiesta, anche se al momento del cinguettio in genere le forze dell’ordine hanno eseguito tutte le misure cautelari e soprattutto non si ha conoscenza di nigeriani o altri pericolosi criminali che all’alba stiano incollati a controllare i social network o le agenzie di stampa.

Siamo dunque di fronte a una evidente forzatura, che probabilmente farà di Spataro una prossima icona dell’opposizione legalitaria all’attuale governo, incredibilmente retto da due forze politiche che invece hanno sempre fatto del sostegno incondizionato alla magistratura una loro medaglia. La Lega che diventa fenomeno nazionale negli anni di Tangentopoli e i Cinque Stelle che hanno come stella polare l’onestà si ritrovano trascinati in procedimenti difficili persino da spiegare all’opinione pubblica, che ancora non ha capito di cosa è stata accusata per due anni la Raggi.

Ora va detto che nessuno è al di sopra della legge e nel nostro Paese vige l’obbligo dell’azione penale, cioè l’assoluta necessità dei magistrati di perseguire tutti i reati – grandi e piccoli – dei quali vengono a conoscenza. Una regola difficile da spiegare a chi attende giustizia per anni dopo aver subito reati gravissimi, mentre i tribunali sono sommersi di faccende minimali. Ciò nonostante non sono pochi i magistrati che non parlano con i loro atti giudiziari, come dovrebbe essere, ma esternano più dei politici di professione, creano polveroni e non di rado poi finiscono per costruirsi carriere politiche, come ci hanno insegnato da Di Pietro a De Magistris.

D’altra parte continuano tutt’ora, dopo quasi otto anni, i corollari al processo diventato simbolo di una magistratura che persegue senza remore un reato fondamentale come quello per cui è stato prima condannato e poi assolto fino in Cassazione Berlusconi nella vicenda Ruby. Un processo, anzi, una serie di processi, con accuse che si aggiungono a nuove accuse, costato tantissimo in termini di giudici e mezzi sottratti a tribunali dove i comuni cittadini possono morire prima di avere giustizia.

Così il rapporto tra politica e toghe oltre che delicato resta dispendioso e persino incomprensibile ai cittadini che si sentono rassicurati da un ministro pronto a incoraggiare le forze dell’ordine che arrestano una banda di delinquenti. Al contrario, il dilagare di un uso neanche troppo sommessamente strumentale della magistratura crea sconcerto e fa male ai giudici che lavorano con difficoltà e sacrificio. Siamo perciò di fronte a una distorsione del sistema che la politica non ha il coraggio e la forza di affrontare, ma che potrebbe trovare i giusti anticorpi nell’organo di autotutela delle stesse toghe e nell’intellighenzia del Paese. Sponde che invece risultano latitanti quando non conformisticamente ripiegate sull’andazzo generale. Da autorevoli componenti del Csm a intellettuali del calibro di Roberto Saviano ieri abbiamo sentito molte voci fare a gara su chi gridava di più contro il ministro dell’Interno dal tweet più veloce del West, difendendo un Paese che anche sulla Giustizia rimane lento.